Novità in libreria Adelphi

In quel tempo remoto gli dèi si erano stan­cati degli uomini, che facevano troppo chiasso, disturbando il loro sonno, e deci­sero di scatenare il Diluvio per eliminarli. Ma uno di loro, Ea, dio delle acque dolci sotterranee, non era d’accordo e consi­gliò a un suo protetto, Utnapishtim, di co­struire un battello cubico dove ospitare uomini e animali. Così Utnapishtim salvò i viventi dal Diluvio.
Il sovrano degli dèi, Enlil, invece di puni­re Utnapishtim per la sua disobbedienza, gli concesse una vita senza fine, nell’isola di Dilmun. Il nome Utnapishtim significa «Ha trovato la vita».
Dopo qualche migliaio di anni approda a Dilmun un naufrago, Sindbad il Marina­io. Utnapishtim lo accoglie nella sua ten­da e i due cominciano a parlare. Ciò che Utnapishtim racconta è la materia di que­sto libro.

Nel leggere le testimonianze di questi con­tadini friulani, uomini e donne, vissuti tra ’500 e ’600, si è afferrati, come lo furono gli inquisitori, dallo stupore che si prova di fronte a qualcosa di assolutamente ina­spettato. «Di notte, in casa mia, et poteva essere quattro hore di notte sul primo somno» racconta il benandante Paolo Ga­sparutto «mi apparse un angelo tutto tut­to d’oro, come quelli delli altari, et mi chiamò, et lo spirito andò fuori … Egli mi chiamò per nome dicendo: “Paulo, ti man­darò un benandante, et ti bisogna andare a combattere per le biade” … Io gli resposi: “Io andarò et son obediente”». Spinti dal destino perché nati con la camicia – cioè involti nel cencio amniotico – i benandan­ti combattevano in spirito, tre o quattro volte all’anno, armati di mazze di finoc­chio, contro gli stregoni armati di canne di sorgo, per assicurare l’abbondanza dei raccolti. Gli inquisitori si convinsero che dietro questi racconti si nascondeva il sab­ba diabolico: i benandanti non erano ne­mici di streghe e stregoni, come afferma­vano, bensì streghe e stregoni essi stessi. Dalle voci di Anna la Rossa, di Olivo Caldo, di Michele Soppe e di tanti altri, pur filtra­te dai notai dell’Inquisizione, emerge u­no strato profondo di credenze contadine, altrove cancellate. Oggi i benandanti, per tanto tempo dimenticati, viaggiano in spiri­to per il mondo: dall’Europa, alle Ameri­che, alla Cina.

«La digitabilità è il più grave assalto che abbia su­bito l’inclinazione a esporsi allo shock dell’igno­to. Erano già pochi coloro che coltivavano quella sensazione, come un segreto. Ma la rete ha obbli­gato chiunque a gravarsi di un immane sapere che non sa, come se ciascuno fosse avvolto da un ron­zio ininterrotto e istruttivo in qualsiasi direzione. Un Google Earth esteso al tempo soffoca qual­siasi percezione dell’ignoto, che viene inevita­bilmente attenuata e depotenziata – o finalmente neutralizzata».

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