Blog tour: alla scoperta di Francesca Lancini

Scrivere e creare

di Francesca Lancini

 

Ho giocato a tennis per tutta l’adolescenza, ho lavorato nella moda, in televisione, ho viaggiato, scritto racconti, romanzi. Negli ultimi anni mi è capitato di pensare: se dovessi rimanere incinta? 

Avvertivo un terrore che si accomunava a quello di Marina Abramovic, Flannery O’Connor, Gertrude Stein, Hannah Arendt, Simone de Beauvoir: donne che hanno creduto di dover investire la loro intera esistenza nella ricerca della creatività. Donne convinte che la maternità le avrebbe frenate, limitate, distratte.Non la pensavano così, però, molte scrittrici che ammiro: Toni Morrison, Marilynne Robinson, Natalia Ginzburg, Zadie Smith. Mi sono addentrata nell’argomento quando ho notato quelle due linee rosse solcare lo spazio bianco del test di gravidanza, una sera di gennaio del 2018. In preda al panico, ho letto di artiste che avvertivano dentro di loro il presagio del fallimento mescolato al senso di colpa. Altre che, della maternità, intravedevano soltanto limiti e svantaggi. 

Poi, il 29 ottobre di quell’anno, è nato mio figlio. Solo in quei giorni (e nei mille a venire) ho compreso il dramma di chi ne desidera uno e non riesce ad averlo, ma ho compreso ancora meglio il dramma di quelle artiste che non lo annoveravano nelle possibilità: perché hanno perduto un’occasione. 

Credere che un figlio possa sottrarre potenza al proprio lavoro creativo significa non avere occhi altro che per se stessi. E quando ci si concentra troppo su di sé, si finisce per scrivere sempre le stesse cose, dipingere le stesse cose, pensare le stesse cose. Si rimane al piano terra nell’edificio dell’evoluzione. Il piano dell’ego che si nutre solo di se stesso. 

La leggenda che sostiene come il controllo e la tranquillità siano il fondamento di un buon lavoro è fuorviante: tutti i grandi atti creativi del nostro secolo arrivano da forme di distrazione, follia, sogno e tragedia. Da Archimede a Einstein. Da quegli scrittori che hanno espresso il loro meglio dietro le sbarre di una prigione o in situazioni di estrema gioia o agonia. La storia ci insegna che la comodità non è creativa: la genialità si manifesta quando siamo spinti fuori dal nostro rifugio. Avere un figlio implica questo spostamento. L’uno diventa due: dobbiamo condividere il centro del nostro mondo. Dobbiamo imparare a osservare, comprendere, attendere. 

Credo di non aver mai scritto frasi migliori dell’anno nel qualemio figlio se ne stava accoccolato accanto a me. Privata del sonno, del tempo, delle energie, ho riscritto parte del romanzo che avevoconcluso prima che lui nascesse. E non avrei potuto svolgerelavoro migliore, perché ho compreso che il più grande atto creativo che potessi compiere l’avevo già fatto, il resto sarebbe stata solo un’emanazione di quella bellezza.

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