Echi nella nebbia a ridosso del cielo

Barbara Appiano

Casa editrice Kimerik

Pagine 118

Prezzo 14,00 €

Ho letto questa testimonianza con una grande commozione, perché troppo spesso siamo portati a giudicare tutto e tutti in base a parametri troppo rigido e non sappiamo comprendere le difficoltà di chi ci circonda.

Il titolo del libro allude alla capacità della scrittrice di cogliere negli occhi del fratello Mario, affetto da disturbi mentali, gli echi lontani della nebbia che cercano una via di libertà e di fuga verso il cielo, via che ha cercato anche la prozia Francesca, protagonista di questo libro.

[…] sono stata una prigioniera politica ostaggio della medicina e della scienza così come sono stata ostaggio dell’ipocrisia e della vergogna. Una prigionia, quella della mia vita che può essere paragonata alla prigione per alla prigione di Spandau a Berlino dove altri prigionieri ritenuti sani vissero senza avere contatti con il mondo esterno, senza la radio, senza altre voci che nel mio caso erano quelle che ricordavo nella mia mente, la voce di mia madre e di mio fratello Ernesto che mi pregava di non piangere e gridare quando arrivati davanti all’ospedale mi fece scendere dal carro e io che non volevo scendere fui spinta giù dall’infermiere che strattonandomi mi fece cadere…

Questo libro non racconta la storia di Mario ma narra la non vita di Francesca, la prozia della Appiano, nata il 28 agosto 1887 e morta il 4 agosto 1962 dopo essere stata rinchiusa per più di 20 anni nell’Ospedale Psichiatrico di Vercelli, dove si è suicidata impiccandosi con la sua camicia di forza. Schizofrenica, veniva curata con l’elettroshock, le docce fredde e ogni genere di supplizio, e il sonno, indotto dai farmaci, rappresentava per i malati un’ora d’aria rispetto al dolore e alle sofferenze patite.

Francesca viene guardata con sospetto perché vede un mondo a colori dove tutti scorgono solo il bianco o il nero, parla con il suo amico immaginario Emilio, ma non si vergogna di essere quello che è, cioè essenzialmente se stessa.

Attraverso la voce della pronipote, Francesca si definisce

[…] un’eco nella nebbia della vergogna, sono una malattia, copia sono la vostra malinconia, sono il vostro coraggio quello che voi non vi siete guadagnati.

Non riuscendo più a vivere in questo modo, Francesca tenta di fuggire, nata senza averlo potuto scegliere decide di morire ma il suo corpo, i cui documenti sono stati persi, non può avere un funerale,viene conservato in una cella frigorifera e poi traferito nel manicomio di San Servolo, un isolotto destinato dagli Asburgo a diventare manicomio e che prima ancora era stato un monastero.

L’ospedale di Vercelli è un vero e proprio inferno, paragonato ai campi di concentramento nazisti e dalle parole della Appiano riecheggiano i passi di Levi di Se questo è un uomo, dove lo scrittore parla della non-vita dei non-uomini nel lager, sottoposti a leggi completamente diverse da quelle del mondo che c’è fuori. Nel manicomio i pazienti sono curati da personale che evidentemente ha dimenticato il giuramento di Ippocrate, la camicia di forza è come un abbraccio della mamma che allatta il suo bambino e la scodella capovolta dell’elettroshock è il tentativo di riportare alla normalità ciò che normale non è.

Ogni pagina, ogni frase, ogni parola sono un atto di accusa feroce e durissimo alla coscienza delle persone, di tutti noi, che dobbiamo aprire gli occhi sulla realtà dei malati mentali e delle loro famiglie, abbandonati da tutti, dallo Stato innanzitutto che con la legge Basaglia del 1978 ha chiuso i manicomi ma poi non ha saputo aiutare chi è in difficoltà.

L’Italia è un po’ come una chioccia, che nell’educare i suoi pulcini a camminare lascia indietro quelli che il passo non lo reggono. La chioccia Italia, nel ricordarsi di tutti, ha infatti lasciato in sosta permanente i malati mentali e le loro famiglie.

Non possiamo far finta di niente di fronte a questa situazione, è troppo facile riempirci la bocca di espressioni come inclusione, lavori socialmente utili, facendo finta troppo spesso che

[…] il dolore che non si vede non esiste e se mai si vedesse è muto, e non ha diritto di parola.

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