Una volta è abbastanza

Giulia Ciarapica

Rizzoli editore

Pagine 365

Prezzo 19,00 €

“Si vive una volta sola. Ma se lo fai bene una volta è abbastanza.” Mae West

La famiglia è tutto, tutto ciò che la vita ci ha dato per metterci alla prova. E imparare a resistere.

Non ho mai letto libri che fossero saghe familiari ma non potevo perdermi questo libro ambientato a Casette d’Ete, paese dove abito anch’io come l’autrice.

Giulia Ciarapica ci porta dentro la sua famiglia, nel cuore della rivalità fra due sorelle Annetta e Giuliana: la prima è appariscente, spavalda, sensuale, graffiante e prende tutto ciò che vuole, l’altra non sempre riesce a tramettere i suoi sentimenti, a volte è impulsiva, parla senza valutare il peso delle sue parole. Tra di loro un uomo, Valentino, prima fidanzato con Annetta poi marito di Giuliana. Ma la forza del legame di sangue supera tutte le gelosie e il dolore accumulato nel tempo.

[…] prima o poi, quel silenzio forzato, costretto a rimanere lì, immobile fra il disprezzo di Annetta e il turbamento di Giuliana, si spezzerà, e le parole scivoleranno a terra; qualcuna resterà intatta, qualcun’altra si frantumerà, ma i cocci rimarranno sul pavimento per molto tempo, rischiando di ferire chi ci passerà sopra.

Non sarà facile per le due sorelle fare il primo passo, ma l’amore che le lega è un fiume in piena che rompe qualsiasi argine, che scava un solco profondo attraverso la loro ritrosia, che parte dallo stomaco e arriva al cervello e le fa arrendere di fronte all’evidenza: niente e nessuno le potrà mai separare.

I due personaggi femminili sono straordinari.

Annetta è in una sola parola “forasteca”, che nel dialetto casettaro significa selvaggia, un animale difficile da domare, anzi come dice lei mentre

“Le femmine si corteggiano imparando a dosare il bastone e la carota. Le donne, invece […] bisogna amarle per quello che sono, carattere compreso. Le donne non si addomesticano, non si cambiano. Prendere o lasciare […] Ne’ avanti ne’ dietro, occorre stargli accanto, alle donne; questo, l’omini, se lo dimenticano spesso, dai retta a me.”

È una donna intraprendente che ha fiuto per gli affari, è libera e indipendente, testarda e presuntuosa, libera di fare e dire ciò che vuole, non ha bisogno di un uomo per sentirsi completa, anche se in fondo al cuore ha bisogno d’amore anche lei, invidia la sorella per la famiglia che si è creata e non le pedona di averle rubato il fidanzato.

Sotto certi punti di vista Giuliana le somiglia: anche lei è tenace e caparbia e ha delle ottime intuizioni riguardanti il lavoro, sposa un uomo che tutti le hanno sconsigliato ma lei crede nel loro amore e nelle parole che Valentino le ha detto all’inizio del loro fidanzamento, cioè che quello che provava per lei non sarebbe mai cambiato, e gli rimane accanto nonostante tutti i tradimenti che subisce.

Poi c’è Valentino, un uomo a suo modo affascinante, un donnaiolo che all’inizio sceglie Annetta per il suo carattere indomito, per la sua forza e il suo istinto animalesco che le fa affrontare ogni situazione di petto, ma poi sposa Giuliana perché forse ha visto in lei una donna che può renderlo felice, una brava moglie e madre di famiglia, anche una brava imprenditrice che lo può affiancare nel suo laboratorio di scarpe.

Le scarpe, altro protagonista importante del libro, frutto della lavoro e del sacrificio di tante famiglie di Casette che nel secondo dopoguerra si sono rimboccate le maniche e si sono gettate a capofitto nel mercato calzaturiero, gettando le basi di quelle piccole e medie imprese che sono state il motore dell’economia marchigiana fino a qualche decennio fa e che ancora oggi sopravvivono faticosamente nell’oceano insidioso del mercato globale.

Ultimo ma non meno importante star del racconto di Giulia Ciarapica è il paese di Casette d’Ete e i suoi abitanti: un paese che esce dal secondo dopoguerra piegato ma non distrutto, i cui abitanti si ingegnano a trovare nuovi modi per uscire dalla miseria e dalla fame

[…] un pugno di case immerse nel sonno, poche anime miserabili ma allegre, di un’allegria incosciente e maledetta, tipica di quegli uomini che ripongono tutta la loro inconsapevole fiducia in un futuro ancora da scrivere.

[…] Casette d’Ete non è che un borgo sperduto della Marca e come tutti i borghi sperduti della Marca tesse un legame con i propri abitanti che va al di là del sentimento. In ciascuna strada, dentro ogni abitazione, su per i viottoli che conducono ai rifugi collinari dove sono ancora ben visibili i passaggi scavati dai partigiani durante la Resistenza, li’, in quei luoghi che formano un unico nucleo, abitato da coloro che non amano il territorio, ma che gli sono grati per avergli assicurato un suolo stabile in cui gettare le basi per il loro futuro. I casettari sono riconoscenti alle albe silenziose, ai tramonti che nessuno vede perché a quell’ora sono ancora chiusi nei laboratori ad attaccare suole, togliere chiodi, passare il mastice e cucire; tutti sono riconoscenti a quella veste ombrosa che il paese conserva e di cui non vuole liberarsi, perché rispecchia il volto della fatica, del sonno pesante, del temporale che allaga le vie. Una terra che trema e che non si da’ pace, dura come la paura, forte come la vita.

Una storia semplice e che tocca le corde più profonde dell’anima, che scopre la bellezza del lavoro e la ricompensa dei sacrifici, il valore dei legami familiari. Una storia che che rimane saldamente legata al luogo in cui è nata grazie al colorito dialetto e ai dialoghi veloci e pungenti dei protagonisti. Un libro di cui non vedo l’ora di leggere il seguito.

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