Recensione. Le ribelli

Chandler Baker

Longanesi editore

Pagine 400

Prezzo 16,15 €

Sinossi ufficiale

Sloane, Ardie, Grace e Rosalita lavorano da anni alla Truviv, marchio di abbigliamento sportivo con sede a Dallas, e con molte delle loro colleghe hanno due cose in comune: sono madri lavoratrici e si muovono al di qua di una linea invisibile che le separa dai collaboratori uomini, nell’ombra del loro prepotente superiore Ames Garrett. Quando il CEO della Truviv muore improvvisamente e loro scoprono che la persona più vicina ad assumere il controllo del ruolo vacante è proprio Ames – che ha appena assunto una nuova ragazza, giovane, bella e single – capiscono che è arrivato il momento di fare qualcosa. Troppo a lungo, infatti, ci sono stati solo sussurri, bisbigli messi ripetutamente a tacere, ignorati o nascosti dai complici. Sloane, avvocato dell’azienda, convince le altre a fare qualcosa. Qualcosa di apparentemente innocuo, qualcosa che sembra un sussurro ma presto diventa un grido. La loro decisione metterà in moto una serie di catastrofici eventi all’interno dell’ufficio: le bugie saranno scoperte, i segreti verranno rivelati. E non tutti sopravvivranno. Le vite delle quattro protagoniste e delle persone a loro vicine – altre donne, colleghi, mogli, amici e persino avversari – cambieranno drasticamente di conseguenza.

Recensione

Dallas è una città dura e spietata dice 4 donne faticano a stare al passo con la vita è il lavoro. Devono faticare il doppio se non di più rispetto ad un uomo per dimostrare la loro bravura, devono sempre essere all’altezza delle aspettative che gli altri hanno da loro, devono essere perfette sul lavoro, madri eccellenti, magre, sorridenti, in forma, senza mai un cedimento.

Sloane, Ardie e Grace sono tre avvocati di successo che lavorano in una grande azienda, mentre Rosalita è la donna delle pulizie ma tutte e quattro si trovano invischiate in una storia di molestie e prepotenze che mette in pericolo la loro carriera e la loro vita.

Avere un figlio può essere un problema per una donna che lavora, perché per un uomo è un motivo di vanto ma per una donna potrebbe essere un ostacolo. Per quanti sforzi faccia, sarà sempre discriminata, sottopagata, in presa ai sensi di colpa.

Lei strinse i denti, protendendo la mandibola. Dato che effettivamente aveva le sue cose, le parole di Ames erano ancora più irritanti. Se c’era un’incombenza mensile che temevamo, non era il backup dei database, la consegna dei moduli per il controllo di qualità o il monitoraggio degli aggiornamenti per il management pack. Erano le nostre cose. Gli innumerevoli spot in cui donne in costume da bagno bianco si tuffavano in una piscina non potevano convincerci che le mestruazioni fossero una passeggiata. Quando andava bene, mantenevamo una scontrosa lealtà con i nostri corpi. Sapevamo che non dovevamo vergognarci. Non ci vergognavamo. Eravamo donne adulte – e per questo andavamo in processione in bagno, con gli assorbenti nascosti nelle maniche del cardigan, come se fossimo spie che trasportavano una formula segreta. Altre volte setacciavamo le borse alla ricerca di quarti di dollaro da inserire in distributori automatici che da un quarto di secolo non erano cambiati. Prendevamo la pillola per avere un minimo di controllo sui nostri incontrollabili ormoni. Sganciavamo il primo bottone dei pantaloni quando eravamo dietro la scrivania. Sbatacchiavamo flaconi di paracetamolo. Ci ingozzavamo di cioccolato. Facevamo finta che le tube di Falloppio, i cicli mestruali, gli sbalzi di umore e anche i bambini appartenessero al mondo della mitologia. E se in ufficio un collega ci diceva che avevamo le palle, lo prendevamo per un complimento. Se questo non era un mondo fatto a misura d’uomo…

Da tempo avevamo capito qual era il nocciolo del problema: essere donne in un contesto lavorativo costituiva un handicap cui cercavamo di rimediare cancellando la nostra femminilità. Facevamo finta di condividere l’idea che l’interesse per i cosmetici, i romanzi d’amore e le famiglie reali fosse segno di maggiore stupidità rispetto all’ossessione per lo sport, la birra alla spina e i videogame. Ci iscrivevamo al fantacalcio. Ci ripulivamo verbalmente evitando ogni tic in modo da sembrare più «professionali», quando in realtà cercavamo solo di essere più maschili. Da quando si era scoperto che le donne – incredibile! – potevano essere vittime di molestie sessuali, esitavamo ad ammettere di essere state molestate. Sarebbe stato come ammettere di essere donne in qualcosa di importante. Quindi la tenacia con cui avevamo voluto far sentire finalmente la nostra avrebbe dovuto essere un segnale del futuro. Avremmo cominciato a contare. Analogamente, anche il fatto che Sloane non fosse malleabile avrebbe dovuto essere un segnale. A dire il vero, era un miracolo. Si aspettava che la gente insieme a lei in quella stanza le dicesse: Sloane, sei proprio una roccia. Come fai? Tra l’altro, mi dai il numero del tuo parrucchiere?

Quanto ancora dovremo aspettare per non essere considerate inferiori agli uomini? Davvero dobbiamo sempre dimostrare in continuazione che siamo in grado di svolgere i compiti che ci sono affidati, nonostante tutti i pensieri che non riguardano solo il lavoro ma anche la famiglia?

La Baker ha scritto un bel thriller serrato e dalla trama molto attuale, che ci trascina e ci porta dalla parte di queste donne sottovalutate e sempre in lotta con se stesse e con il mondo intero, sempre pronte a combattere per i loro diritti.

L’autrice

Nata nel 1986, lavora nell’ufficio legale di una grande azienda. È sposata e ha una figlia. Le ribelliè il suo primo thriller, edito in Italia da Longanesi nel 2020.

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