Recensione. Cecità

Sinossi ufficiale

In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Chi è colpito da questo male si trova come avvolto in una nube lattiginosa e non ci vede più. Le reazioni psicologiche degli anonimi protagonisti sono devastanti, con un’esplosione di terrore e violenza, e gli effetti di questa misteriosa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. I primi colpiti dal male vengono infatti rinchiusi in un ex manicomio per la paura del contagio e l’insensibilità altrui, e qui si manifesta tutto l’orrore di cui l’uomo sa essere capace. Nel suo racconto fantastico, Saramago disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose su una base di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Ne deriva un romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza.

Recensione

Immaginate di perdere la vista la vista da un momento all’altro, senza nessun sintomo, senza nessuna lesione degli occhi e di vedere tutto bianco. È così che uno dopo l’altro molti si ritrovano a perdere il principale senso che ci guida nella vita e a brancolare non ne l buio ma in candore latteo. Pian piano i ciechi e quelli che hanno avuto dei contatti con loro vengono rinchiusi in un manicomio e lasciati a loro stessi: vengono loro forniti cibo (non sempre sufficiente per tutti) sapone, prodotti per l’igiene ma nella nuova comunità che si forma in questo luogo si perdono le normali cognizioni di solidarietà e rispetto reciproco, ognuno portato a pensare a se’ e alla propria sopravvivenza.

Comincia una lotta spietata per accaparrarsi il cibo, spesso i morti vengono lasciati insepolti per giorni, gli internati cominciano a liberarsi di urina e feci ovunque: è il caos totale, un’ umanità allo sbaraglio, priva di ogni regola civile e morale, ridotta quasi allo stato animale, guidata dai più bassi istinti, una visione apocalittica che sconvolge e atterrisce.

Lo scrittore è semplicemente geniale nel delineare i tratti di un’umanita’ abbrutita che dimentica i più elementari doveri di solidarietà e rispetto reciproco, e lo fa con uno stile molto particolare, togliendo i segni di due punti e virgolette del discorso diretto, velocizzando il racconto e portandoci nel cuore della storia, come se fossimo anche noi rinchiusi nell’ex manicomio e soffrissimo con loro, disorientati e dimenticati da tutti come i ciechi protagonisti del libro.

È una lettura che fa molto riflettere sull’ egoismo e la crudeltà di cui può essere capace l’uomo nei confronti dei suoi simili, sulla labilita’ delle convenzioni sociali più comuni e basilari che possono essere spazzate via da una situazione eccezionale come l’epidemia di cecità di cui si parla nel testo.

È straziante vedere la sofferenza di questi ciechi abbandonati dal resto della società, chiusi in una struttura per non contagiare gli altri, incapaci di ricostruire una comunità ordinata con delle regole e basata sul rispetto reciproco.

“È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”: nell’ex- manicomio viene fuori la vera natura dell’uomo, per natura malvagio e fondamentalmente interessato solo a se stesso e al soddisfacimento dei propri bisogni.

Un classico straordinario, da leggere assolutamente!

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