Recensione. Un cuore sleale

Sinossi ufficiale

Natale è vicino e, a poco a poco, il Pm Manrico Spinori si ritrova solo in una Roma fredda e umida. Una condizione troppo malinconica anche per un appassionato del melodramma come lui. Ma ideale per concentrarsi su un mistero che pare un autentico “giallo della camera chiusa”. Quando il mare di Ostia restituisce il cadavere di Ademaro Proietti ― palazzinaro di successo e personaggio di rilievo negli equilibri politico-economici della capitale ― la prima ipotesi è che l’uomo sia annegato in seguito a una disgrazia, cadendo dal suo gigantesco motor yacht durante una gita con i figli e il genero. Eppure c’è qualcosa che non torna, un piccolo indizio che potrebbe richiedere per l’episodio una spiegazione diversa. È davvero così o è Manrico a essersi fissato? Magari si è lasciato suggestionare dall’abitudine a pensar male dell’impulsiva ispettore Cianchetti, il più recente acquisto della sua squadra investigativa. Stavolta nemmeno l’opera lirica, che da sempre lo ispira nella soluzione dei casi, sembra volergli venire in soccorso. L’unica certezza è che la famiglia del morto ha più di un segreto da nascondere. Del resto, e lui lo sa bene, quale famiglia non ne ha?

Recensione

“Sinora aveva quasi sempre vinto affidandosi al proprio credo: non esiste situazione umana, compreso l’omicidio, che non sia già stata contemplata da un’opera lirica. Insomma, si trattava di individuare l’opera di riferimento.”

Indagando sulla morte del capo di una famiglia molto ricca, Ademaro Proietti, costruttore apparentemente fuori da scandali e corruzione , il “contino” Spinori della Rocca mette a frutto la sua proverbiale intuizione e sfrutta la sua sempre più collaudata squadra formata da tre donne: Orru, Vitale e Cianchetti.

Manrico si appassiona sempre all’inizio di un’indagine: si assiste alla costruzione lenta e paziente dell’edificio probatorio come una cattedrale, correndo il pericolo che, proprio quando si sta arrivando alla fine, di aver costruito il tutto sulla sabbia, rischiando di vedere precipitare tutto. Per questo motivo non parte mai in quarta ma procede fon circospezione e affonda il colpo solo quando è più che certo della soluzione del caso.

Interessante vedere come anche in questo terzo caso del pm spinori l’autore non si sofferma solo sull’indagine ma anche sulle vicende personali del protagonista e delle sue collaboratrici. Questo fatto mi ha ricordato un po’ la stessa tecnica narrativa usata da Maurizio de Giovanni nella serie del commissario Ricciardi o in quella dei bastardi di Pizzofalcone.

Con Ricciardi, Spinori ha in comune l’origine nobiliare e un elemento personale che lui associa sempre i casi che deve risolvere: nel caso del primo si tratta Di quello che Ricciardi chiama il fatto, cioè la maledizione di sentire le ultime parole e gli ultimi pensieri concepiti da un’anima che si è staccata dalla vita in modo violento, nel caso del pm si tratta della passione per la musica lirica, perciò egli associa sempre un’opera all’indagine che sta portando avanti.

“Manrico trascorse qualche giorno in letargo, inseguendo l’opera giusta. Ma l’ispirazione non veniva. Che poi ispirazione non era, dato che il suo metodo non aveva niente di alchemico. Si trattava solo di rileggere gli indizi, collocarli al giusto posto, afferrare il filo che li univa, srotolarlo, di modo che la matassa, lo «gnommero» di gaddiana memoria si sciogliesse, consegnandogli quella piana verità a cui chiunque creda nella giustizia dovrebbe aspirare”

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