Recensione. Rossovermiglio

Tra il tutto e il nulla, oggi so che vi sono infinitesimali sfumature.

Sinossi ufficiale

La protagonista del romanzo è una giovane donna appassionata e ribelle, ma è cresciuta in una famiglia – e in un ambiente – dove l’eleganza, la compostezza, la sobrietà e il rigore sono più che dei valori, sono l’unica forma di vita concepibile. Appena ventenne, accetta dunque un matrimonio combinato per lei dal padre. Non sarà una scelta felice, probabilmente anche perché il destino ha messo sulla sua strada l’affascinante ed enigmatico Trott, che nell’arco di un decennio, con tre impreviste apparizioni, comprometterà definitivamente il precario equilibrio del suo matrimonio. La protagonista incarna infatti un momento di trasformazione di un’intera società: troppo moderna per adattarsi docilmente a proseguire nel solco tracciato dalle altre donne di famiglia e al tempo stesso ancora troppo fragile, e soprattutto troppo poco abituata a dare ascolto ai sentimenti e alle emozioni, per vivere la propria ribellione sino alle estreme conseguenze. Ma è come se Trott l’avesse risvegliata da un incantesimo e fin dal primo incontro avesse innescato in lei un processo di cambiamento che non può più essere arrestato. Da qui la scelta di trasferirsi da sola nella campagna senese, a San Biagio, abbandonando una città, Torino, che sta rapidamente cambiando sotto l’impulso della nascente industria, e un marito che ha sempre sentito estraneo e che la tradisce sfacciatamente.

Recensione

1928: una ragazza di una famiglia bene piemontese, diciannovenne, viene fatta sposare con un uomo con il quale condividere solo la passione per i cavalli. La sua vita matrimoniale scorre piatta finché non incontra un certo Trott e da quel momento in poi tutto cambia.

Prosa sontuosa e avvolgente, capitolo brevi e perfetto nella loro contezza, ritmo lento e pacato e uno stile che scivola via come una delle preziose stoffe di seta di cui sono fatti gli abiti delle donne del bel mondo torinese che popolano il libro: quest’opera prima di Benedetta Cibrario incanta e ammalia, cattura con l’indolenza della sua protagonista che vive una personale rivoluzione mente il mondo intorno sta cambiando, è in pieno fermento e lei appartiene ad un mondo in decadenza, quello dell’alta borghesia che sta perdendo ricchezza e potere, mentre industriali dalle origini umili stanno prendendo il sopravvento e soffiano venti di guerra sempre più minaccioso.

La protagonista è un personaggio molto affascinante, una persona che nella sua vita ha faticato ad esprimere delle emozioni e che si è persino interrogata sul suo tradimento: non l’ha fatto per noia o per vendicarsi del marito che si è divertito alle sue spalle da tempo, ma per fuggire da una vita di finzione, da un’immagine di lei che le hanno cucito addosso e che non le sta più bene. È una donna che la guerra non è riuscito a piegare, che si è allontanata in modo discreto del suo matrimonio e che riuscito a rifarsi una vita lontano da Torino, in una tenuta in campagna in Toscana, dove hai messo tutta se stessa nella produzione del vino, finalmente appagata e felice in compagnia del suo amante. La storia che con quest’uomo però non la soddisfa fino in fondo, perché lui è un essere estremamente sfuggente, che non ama parlare molto dei suoi affari a Firenze e neanche della famiglia, cioè della moglie e della figlia che ho lasciato a Parigi.

A fare da sfondo a questa straordinaria storia sono gli anni dell’avvento del fascismo e della seconda guerra mondiale, una storia che rimane un po’ in secondo piano, discreta e silente, ma prepotentemente presente nella vita dei personaggi che scorre tra le pagine.

Questo libro ha ampiamente meritato il premio Campiello 2008!

Estratti

Il movimento oscillatorio della memoria è diventato sempre più ampio, finché non sono più stata capace di arginare un fiume di parole che facevano ressa per uscire, per spiegarsi ciascuna all’aria, al sole, come tanti pezzetti di carta – brandelli di lettere che non sono mai arrivate, o più probabilmente non sono mai state scritte -, parole che s’allargano come le ali degli uccelli di passo quando arriva l’ora di tornare.

Non conta nulla che dal nostro incontro a Parigi siano passati quasi vent’anni. Esistono persone, mi dico, per le quali il tempo che misura la profondità e la forza delle emozioni è quello della lentezza, non della rapidità.

Se sono stata pigra, forse lo sono stata di sentimenti: ho faticato a esprimere un’emozione, a rivelare un’inclinazione o un turbamento. Sono stata semmai una lunediante del cuore.

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