Recensione. Il codice dell’illusionista

Sinossi ufficiale

Quando una donna viene trovata morta in una cassa di legno con il corpo trafitto da spade, la polizia di Stoccolma è frastornata: difficile capire se si tratti di un gioco di prestigio finito in tragedia o di un macabro rituale omicida. Le indagini vengono affidate a una squadra speciale: un gruppo eterogeneo di agenti scelti – e allergici alle procedure istituzionali – tra i quali spicca per doti investigative Mina Dabiri. Proprio Mina suggerisce di coinvolgere nel caso Vincent Walder, un famoso mentalista, profondo conoscitore del linguaggio del corpo e del mondo dell’illusionismo. Insieme si mettono sulle tracce del killer, ma la personalità di entrambi, segnata da piccole e grandi ossessioni e da segreti inconfessabili, ingarbuglia la caccia, anche perché il loro stesso passato si rivela connesso in modo inquietante al caso. E prima che la situazione precipiti, l’unica arma a disposizione dei due investigatori per impedire all’assassino di uccidere ancora è anticipare le sue mosse: solo comprendendo a fondo la sua follia, infatti, potranno mettervi fine.

Recensione

Una cassa usata nei trucchi di magia con dentro una donna infilzata da alcune spade viene ritrovata dalla polizia di Stoccolma. In particolare l’indagine viene affidata ad una squadra di elementi molto particolari che mi ha ricordato un po’ i Bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni, personaggi scartati da altre squadre e gestiti dalla figlia del capo della polizia, Julia. Tra loro c’è Mina che coinvolge il mentakista Vincent Walder perché potrebbe far loro una prospettiva diversa sui fatti e perché esperto del funzionamento della mente umana.

Mine Vincent e sono due personaggi molto particolari: la prima è ossessionata dei germi, sta attento a non toccare mai niente e porta sempre con sé del disinfettante, inoltre ha un segreto nel suo passato che la porta a spiare da lontano una ragazzina; Vincent è bravissimo a capire le persone quando si trova sul palco dei suoi spettacoli ma grandissime difficoltà a gestire la sua famiglia, in particolare la moglie Maria che è gelosissima del suo lavoro e che gli rinfaccia in continuazione di tradirla. tra i due c’è un grande feeling che va oltre l’affiatamento tra due persone simili: Mina per esempio non si sente giudicata da lui per le sue mani sulla pulizia e Vincent non si sente in imbarazzo quando scopre che l’agente ha notato le sue piccole fissazioni con l’ordine e i numeri pari.

Poi ovviamente c’è l’assassino, una persona che è in grado di pianificare freddamente i suoi omicidi e poi agisce in modo molto aggressivo dal punto di vista emotivo, è un esperto di trucchi di illusionismo e fa sempre in modo di lasciare i corpi in bella vista, come se voglia essere scoperto o come se voglio dare uno spettacolo.

Durante la narrazione dell’indagine ci sono dei flashback che ci riportano indietro al 1982, in una famiglia formata da un bambino di sei anni appassionato di trucchi di magia e di illusionismo, della sorella che non vuole assolutamente vivere in una cascina e dalla madre che li ha trascinato lì da Stoccolma.

Il libro è bello corposo, sono poco più di 700 pagine ma la tensione non scende mai e la voglia di arrivare a scoprire l’assassino è costante. I due autori sono stati bravi a mantenere desta l’attenzione del lettore per tutta la narrazione e ad alternare il racconto dell’indagine con gli approfondimenti sulla vita di Mina e Vincent, alimentando ancor di più la curiosità nei loro confronti.

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