Blog tour Rito di passaggio: quarta tappa il messaggio

Lo spunto per raccontare questa storia l’ho trovato leggendo “Rito di passaggio” di Alexei Panshin, il libro nel quale il protagonista del mio romanzo si rifugia di continuo. 

Nel libro di Panshin, al compimento dei quattordici anni, ragazzi e ragazze sono abbandonati su un pianeta selvaggio e solo chi supera la cosiddetta prova, in altre parole sopravvivere trenta giorni in quell’ambiente ostile, può diventare adulto. 

Mi è piaciuta la metafora che Panshin ha usato per descrivere un passaggio così complicato, così ho cercato di immaginare che effetto potesse avere su un dodicenne che si avvicina a quella trasformazione.

Ho pensato quindi ad un ragazzo così a disagio con la sua età e con la situazione che vive, da preferir rifugiarsi tra le pagine di quel libro alla ricerca di conforto.

Condividendo con i personaggi del libro di Panshin un destino, che seppur brutale, lo aiuta a tracciare un parallelo con la sua situazione, rassicurandolo e in seguito, quando la situazione precipita, guidandolo come fosse uno strumento per interpretare la realtà.

La sua ossessione per quella storia lo spinge a cercare e proiettare similitudini e parallelismi con la sua vita reale, suggerendogli prima una vera fuga dal suo mondo, l’orfanotrofio-prigione e, successivamente quando l’acquisita libertà in montagna diventa insostenibile, lo accompagna in un’ulteriore fuga, questa volta fantastica, coinvolgendo anche gli amici che inizialmente lo criticavano per questo sua fissazione così infantile. 

Nel momento di massima incertezza, quando l’avventura intrapresa si dimostra troppo difficile per dei ragazzi di quell’età, decidono di non aspettare passivamente il passaggio finale verso l’adolescenza, ma di affrontarlo, rifugiandosi anche loro in quel mondo fantastico, affidando la guida a chi era considerato il più debole del gruppo. 

Il sognatore, l’anima sensibile.

 

Ho sempre interpretato con un velo di malinconia il vezzo dell’adulto che si ostina a rivivere e ricordare la propria infanzia, connotando la nostalgia a un sapore amaro, a un’insoddisfazione di fondo.

Mi sento più un incompleto che non un insoddisfatto, un po’ come Indy, mi mancheranno sempre “i due giorni al traguardo”. 

Immagino Indy come quello che non ha bisogno di guardare indietro perché ha ancora tutto a portata di mano, se lo porta dentro e guarda sempre poco più avanti, nella speranza di chiudere il cerchio che continua a tracciare da sempre senza mai ritrovare il tratto iniziale. 

Mi affascinava quindi provare a vedere cosa accade all’anima sensibile, così come a quello che invece si lascia sopraffare dal cinismo e rimane fuori dall’esperienza di gruppo. 

Avendo ora due figli che si avvicinano a quella fase, mi ritrovo a poter osservare di nuovo quel passaggio, non più con una visone offuscata dal tempo, ma da un punto di vista esterno, privilegiato e vivido.

Un’opportunità che non avrò più e che ho voluto cogliere tentando di scrivere una storia che possa rappresentare questo momento così segnante e altrimenti sfuggente. 

Tratteggiare ancora, con l’illusione di avvicinarmi un po’ di più al tratto iniziale. 

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