BLOG TOUR Alla scoperta di Francesca Lancini, PRIMA TAPPA: IL TENNIS E LE LETTURE CHE CAMBIANO I PERCORSI

Sofia Martini è una modella milanese di 24 anni che odia il suo lavoro e si racconta un sacco di bugie. Nella sua vita ci sono: i genitori anaffettivi, la sorella Ginevra, sedicenne cinica e colta, Gian Alfonso il praticante avvocato, Alessandro il fotografo e Paolo il libraio maledetto. Ma ci sono soprattutto le modelle: un groviglio di personalità deviate, inutili, stanche, affamate e pericolose. Milano, Miami, Barcellona: sono le tappe del cambiamento di Sofia, scandito da una vita frenetica tra set fotografici, passerelle e incontri surreali. Sofia gira intorno a se stessa cercando sempre di sfuggirsi. Perché, se riuscisse a prendersi, dovrebbe lasciar cadere tante cose inutili che le danno sicurezza: gli uomini, i flash dei fotografi e la sua involontaria bellezza. Perché Sofia Martini è cattiva e ironica, e il suo occhio implacabile si posa con la stessa precisione sul suo animo, su un corpo maschile e sulla stupidità dei tanti che incontra. Sofia si ribella alle frivolezze della moda, che è solo una manifestazione della malattia del momento: la superficialità. Urla l’importanza delle emozioni, combatte contro gli sguardi spenti e va in cerca di quelle risposte che, a volte, è difficile dare anche a se stessi. 


“Armi di famiglia” inizia con un biglietto, quello che i Vento, storici produttori di armi, ricevono da Olivia, la figlia più piccola. È un invito a tutti i membri della famiglia a riunirsi a casa. Così, per la prima volta dopo anni, si ritrovano… Viviana, la madre: amministratore delegato, che gestisce le questioni affettive come fossero comunicati aziendali. Vittoria, la primogenita: conduttrice TV, con due figli in sovrappeso e una vita che si misura in numero di spettatori. Virginia, direttore marketing ossessionata dalle strategie: “Se il tizio di Brescia delle pompe funebri distribuisce anelli a forma di bara, non vedo perché non dovremmo farlo anche noi con i fucili”. Viola, doppiatrice: è davanti alla scelta più complicata per una donna. E Giacomo, il padre, che consuma le giornate nel silenzio del suo laboratorio. Tutti hanno un obiettivo: tenere nascosto qualcosa. Perché Olivia è l’unica a tardare? Perché al suo posto si presenta Elio, un giovane che si stabilisce in casa pilotando le dinamiche familiari? Francesca Lancini torna con un nuovo romanzo: un ritratto di famiglia in un Nord di restrizioni emotive, fra insulti travestiti da complimenti e sguardi impietosi che sembrano porre un’unica domanda: esiste forse qualcosa di più comico dell’infelicità?

L’autrice


Francesca Lancini è nata a Brescia, ma per lavoro vive tra Roma e Milano. È laureata in Scienze della Comunicazione. Per alcuni anni ha praticato il tennis a livello professionistico, entrando nella classifica WTA, prima di un infortunio.
Come modella ha sfilato per numerose case di moda. Ha lavorato in televisione al Festival di Sanremo 2006 condotto da Giorgio Panariello, come conduttrice insieme alle colleghe Marta Cecchetto, Vanessa Hessler e Claudia Cedro. Come attrice ha recitato in Madame (Canale 5).Al cinema è apparsa nel film Ocean’s Twelve (2004), nel ruolo di una donna del ladro Toulour (Vincent Cassel).
Ha collaborato come giornalista pubblicista per Sette, Amica, L’Officiel e alcune testate sportive, ed è stata conduttrice del TG sportivo di Sky Sport 24.
Nel 2011 ha scritto il romanzo Senza tacchi (Bompiani), con protagonista una modella.
Nel 2011 avrebbe dovuto partecipare al programma di Vittorio Sgarbi Ci tocca anche Vittorio Sgarbi (Rai 1), ma dopo un incontro in cui era presente anche Silvio Berlusconi decide di rinunciare al programma.
Dal 2012 conduce su Rai 5 il programma Cool Tour (aveva già condotto Cool Tour Più l’anno precedente) ed è docente di scrittura creativa presso l’università NABA di Milano.
Nel 2014 è uscito il suo secondo romanzo per Bompiani, dal titolo Armi di Famiglia.
Dal 2015 conduce il magazine di moda Top – Tutto quanto fa tendenza, in onda su Rai 1.
Dal 2017 co-conduce con Luca Telese Bianco e Nero – Cronache italiane, su LA7.

Tutt’altro che sport


Il dolore non esiste, il tempo è il tempo degli altri, la stanchezza è una compagna di viaggio, meglio iniziare a sopportare subito i suoi monologhi. Ho iniziato a giocare a tennis all’età di sette anni, per scherzo, al campo delloratorio di paese. A quattordici è diventato un lavoro: allenamento il mattino e il pomeriggio, la sera a scuola, a studiare ragioneria: un luogo nel quale hanno cercato di insegnarmi il significato delle parole dare e avere, anche se lo praticavo ogni giorno, in campo. Lo chiamavano rettangolo di gioco: per i miei compagni era una seconda casa. Il soggiorno era nell’area del fondocampo, i corridoi laterali conducevano al tinello e alla stanza da letto: oltre la rete c’era il vicino di casa che non avresti mai desiderato. Per me era diverso: il campo era la vetrina di un negozio nel quale ero esposta. Mi sentivo rinchiusa in uno spazio insonorizzato in cui le emozioni rimbombavano soltanto dentro di me. I passanti – gli allenatori, i genitori, gli amici, i fidanzati – si fermavano a guardare e dentro i loro occhi vi leggevo il giudizio. Erano diventate persone da conquistare con un’unica azione: la vittoria. Dare e avere. La prima sigaretta, la prima sbronza e le prime fughe, non sono tappe per gli sportivi, perché il senso del dovere è più forte di qualunque tentazione. La ribellione avveniva dentro di me, in uno spazio abitato da demoni ed eroi, che lottavano incessantemente tra loro nelle notti buie dell’anima. A volte provavo a tenere una cronaca di queste battaglie: frasi brevi, scritte con una calligrafia piccola e tremolante, perché nessuno avrebbe dovuto accorgersi dei desideri di una donna adolescente. Me ne vergognavo. Eppure, il tennis mi piaceva quando lo guardavo filtrato da uno schermo. La grazia di Steffi Graf lo rendeva uno sport perfetto, finché non entravo in campo e cercavo di imitare il movimento del suo dritto. Ero brava, ma non abbastanza, vincevo, ma non abbastanza, ero forte, ma non abbastanza per la mia schiena che mi faceva soffrire. E non funzionava come negli altri sport, dove il mister ti metteva in panchina e gli altri facevano gol, schiacciate e tiri da tre punti. Non avevo nessuno al quale aggrapparmi: ricacciavo il respiro nel porta racchette, cercando di raggiungere lo spogliatoio e liberare il pianto. I libri sono l’unico specchio nel quale ritrovavo la mia disperazione: quella che Salinger infuse in Holden Caulfield, quella che Nabokov nascose dentro l’animo di Humbert Humbert, quella che Fitzgerald donò a Jay Gatsby e alla sua Daisy. In ogni personaggio riconoscevo un’emozione che partecipava alla mia guerra interiore. Leggere mi aiutava a comprenderla, a dare un nome all’astrazione spaventosa di certe sensazioni, a trovare vie d’uscita, come l’ironia. Ho sempre creduto fosse un mio talento: afferrare un concetto e farne brillare la parte più nascosta. Molti anni più tardi ho scoperto che l’ironia è stata la mia più grande arma di difesa. Sono stati Flaiano, Arbasino, Bufalino, Busi e Gadda a insegnarmela. Ho conosciuto l’amore con Márquez, la speranza con Orwell, l’ingiustizia con Stendhal, il tradimento con Kundera, la compassione con Borges, la solitudine con Virginia Woolf e il desiderio con Baudelaire. Il tennis, i libri: i due protagonisti della mia adolescenza. Soltanto grazie a loro ho capito che la cultura non risiede in una formula matematica, nelle scritture contabili o nelle basi di statistica. Tutto ciò che conta è il sentimento: la forma più alta di conoscenza.

Francesca Lancini

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