Cover reveal. Come un’onda che si tuffa sullo scoglio

Sinossi ufficiale

Ề un piovoso mattino di inizio estate e uno sventurato turista fiorentino, col figlioletto stretto per mano e la caldaia di casa rotta, entra per disperazione più che per caso in un baretto desolato, l’unico disponibile nella microscopica località di villeggiatura che ha scelto per trascorrere le vacanze. Scopre che a mandare avanti il locale non è un barista qualunque, maRoberto Tancredi, portiere della Juventus negli anni Settanta.

Intrappolato nel fitto mosaico di foto che sono incollate sulla bacheca del locale, ma soprattutto dalla dialettica fatta di parole roboanti e gestualità sanguigna del suo anfitrione, lo sfortunato villeggiante si trova catapultato dentro le istantanee che immortalano una vita: venti fotografie, venti titoli, venti partite: da “Scapoli-Ammogliati” dell’estate del Settantunoalla finale di Coppa delle Fiere della primavera precedente; da un afoso mattino di fine anni Cinquanta a un sonnolento match di fine campionato del Duemiladue.

Una galoppata frenetica attraverso i momenti cruciali di una vita, di molte vite, in cui il calcio non è che un’occasione iniziale, il titolo di un capitolo, iniziato e poi chiosato dal racconto in prima persona del padrone di casa, Tancredi, con la sua forza incontenibile di narratore e affabulatore… a partire dal prologo, “Riscaldamento” (però quello di cui si sta parlando non è il riscaldamento dei muscoli a inizio gara, quanto la caldaia collassata dello sciagurato turista), fino ad arrivare a “Zona Mista”, l’epilogo che non sta a identificare il punto dello stadio in cui i giocatori rilasciano interviste a fine partita, quanto piuttosto il quartiere di canteri ancora aperti nel cuore di Ibiza, dove Roberto Tancredi e Igor Protti ormai in là con gli anni, fumando sigari e bevendo rhum, stanno pianificando la loro fuga dalle serie dilettantistiche spagnole. 

Un romanzo che racconta più di cinquant’anni di vita e storia italiana, descrivendo e demitizzando le icone che hanno contribuito a plasmare e poi inevitabilmentej deludere tre diverse generazioni.

L’autore

Fin dall’età di otto anni, quando qualcuno mi domandava cosa facessi, ho sempre risposto: “Scrivo” e non era tanto per dire: già da piccolissimo trascorrevo ore chino sulla Olivetti appartenuta a mio nonno, a picchiare con un solo dito sopra i tasti color avorio. Cosa avessi da scrivere non mi importava, potevano essere racconti, oppure puntate inedite delle mie serie di cartoni animati preferiti; ma ciò che per me contava davvero era la liturgia del gesto, l’idea semplice e al contempo terrificante che alla prima andata a capo mi sarei trovato da un’altra parte, una dimensione parallela che riuscivo trovare soltanto dentro a quel benedetto foglio A4 (quasi del tutto) immacolato.

Così sono andato avanti a fare per quasi tre decenni: non aveva importanza quale lavoro svolgessi per tirare a campare, continuavo comunque a scrivere. Questa volta si trattava di sceneggiature per fumetti, plot di campagne di gioco narrative per sistemi board game, giochi di ruolo; il meccanismo era identico: quello in cui dovevo tuffarmi non era più un foglio ma uno schermo retroilluminato, ma la dinamica e la finalità continuavano a rimanere invariate. Conquistarmi un passaggio per una dimensione alternativa, in cui l’unica cosa a contare davvero era il mio pensiero.

E così per l’innanzi fino al 2010, quando una banale eppure inedita domanda arrivò inattesa a scardinare il mio equilibrio consolidato. E la domanda era: “Perché non mettermi a scrivere sul serio? Mettermi a scrivere e basta?” Il tentativo aveva tutto il sapore di un salto nel vuoto, un ‘o la va o la spacca’, ma a undici anni (e undici romanzi) di distanza, non posso che dirmi soddisfatto di quella scelta. Ề vero: dispiaceri e fallimenti sono stati senz’altro più numerosi dei successi, però tanto per cominciare dedicavo tutto il mio tempo a fare qualcosa che amavo davvero, e poi qualche soddisfazione i miei libri me l’aveva pur data.

La prima e più inaspettata di tali soddisfazioni era la scoperta di quanto fosse bello raccontare le storie di altri. Che si trattasse di una domestica rimasta a servizio per più di ottant’anni presso la stessa famiglia, o della madre coraggiosa di un bambino autistico, scoprivo che l’ormai consolidato “salto in un’altra dimensione” riusciva a dischiudermi mondi concreti fatti di incredibili esperienze vissute e che, scrivendole e romanzandole, quelle esperienze potevano diventare mie… Come se mettere in forma di romanzo la vita di qualcun altro mi permettesse di appropriarmi in qualche misura della sua esistenza, consentendomi di vivere molte vite differenti… tutte insieme.

Almeno metà dei romanzi che ho scritto sono biografici e “Come un’onda” non è né il primo del genere né l’ultimo in ordine di tempo o importanza. Ề comunque senza ombra di dubbio quello in cui sono riuscito a calarmi più felicemente e compiutamente: nella vita e nel carattere di Roberto Tancredi, in ogni sua singola scelta, mi sono visto riflesso, riconoscendo uno spirito affine e arrivando a instaurare un rapporto personale che trascende l’affetto, ed è una delle conquiste più premianti che sia riuscito a conseguire in vita mia.

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