Novità Adelphi

Secondo molti studiosi la coscienza sarebbe legata alla quantità e alla complessità degli elementi del sistema nervoso. Sulla scorta di nuovi dati emersi dagli studi sulle capacità cognitive degli organismi dotati di cervelli miniaturizzati, come ad esempio le api o le mosche, Giorgio Vallortigara sviluppa in questo libro affascinante una prospettiva minimalista antitetica a quella convinzione. Distaccandosi dai modelli oggi più comuni nell’ambito delle neuroscienze e della filosofia della mente, egli avanza la tesi originale che le forme basilari dell’attività cognitiva non abbiano bisogno di grandi cervelli, e che il surplus neurologico che si osserva in alcuni animali, tra cui gli esseri umani, sia al servizio dei magazzini di memoria e non dei processi del pensiero o della coscienza. Il substrato più plausibile per l’insorgere di quest’ultima va piuttosto ricercato in una caratteristica essenziale delle cellule, la capacità di sentire. Una capacità che si sarebbe manifestata per la prima volta quando, con l’acquisizione del movimento volontario, gli organismi elementari hanno avvertito la necessità di distinguere tra la stimolazione prodotta dalla propria attività e quella procurata dal mondo esterno, l’altro da sé. L’esistenza di un minimo comune denominatore tra noi e le forme di vita più umili ci allontana una volta di più dal concetto cartesiano dell’animale-macchina – e solleva interrogativi etici ai quali non potremo a lungo sottrarci.

Pubblicati nel 1947, i Dialoghi con Leucò ap­partengono alla singolare categoria dei li­bri tanto famosi – Pavese li volle accanto a sé quando, nella notte fra il 26 e il 27 ago­sto 1950, scelse di morire e vi annotò co­me parole di congedo «Non fate troppi pettegolezzi» – quanto negletti. Il che non stupisce: nella sua opera rappresentano una sorta di ramo a parte e oltretutto per­turbante. Si stenta oggi a crederlo, ma al­l’epoca in Italia il mito godeva di pessima fama, mentre Pavese, sin da quando, nel 1933, aveva letto Frazer, stava scoprendo l’opera di grandi antropologi che in que­gli anni si ponevano il quesito: «Che cos’è il mito?», sulla base di testi sino allora i­gnorati o poco conosciuti. Così era nata, in stretta collaborazione con Ernesto De Martino, la Viola di Einaudi, collana che rimane una gloria dell’editoria italiana. E così nacquero i Dialoghi con Leucò. Tanto più preziosa sarà oggi, a distanza di più di settant’anni, la lettura di questo libro se si vorrà acquisire una visione stereoscopica del paesaggio in cui è nato, dove non man­carono forti reazioni di ripulsa (per la Vio­la) o di elusiva diffidenza (per i Dialoghi con Leucò).

«Il cinema non mi interessa granché. Continuo a ripeterlo e nessuno mi crede. Ma è vero, non mi interessa! Mi interessa farlo, invece. Vedi, è una cosa terribilmente arrogante da dire, ma non mi interessano gli altri registi – o il mezzo in sé. Per me è il mezzo artistico meno interessante di tutti. A parte il balletto. A me piace solo fare film. Questa è la verità».

«Davanti a voi, su un tavolino di vetro, un volu­metto per ingannare l’attesa: è un libro illustrato per bambini intitolato Death Is Wrong; in coperti­na, un ragazzino punta il dito in segno di rimpro­vero contro l’eponima livellatrice, incappucciata nella sua tunica, con tanto di falce e teschio ghi­gnante. Mentre aspettate, vi colpisce il silenzio. Niente trilli di cellulare, niente ronzii di stam­pante o chiacchiericcio del personale, niente con­versazioni di sottofondo come in qualsiasi luogo di lavoro. Può capitare che per lunghi intervalli il solo rumore sia il gemito sordo degli aerei legge­ri che atterrano o decollano allo Scottsdale Mu­nicipal Airport, accanto al quale l’edificio in que­stione, cioè il quartier generale della Alcor Life Extension Foundation, è deliberatamente ubica­to ai fini di un’efficiente consegna dei cadaveri freschi ».

«La mia prima moto, a diciott’anni, fu una bsa Bantam di seconda mano con un piccolo motore a due tempi e, come scoprii poi, freni difettosi. Per il suo battesimo della strada la portai a Regent’s Park, il che si rivelò una fortuna, e probabilmente mi salvò la vita, perché la manetta si inceppò proprio mentre stavo andando a tutto gas e i freni non riuscirono a fermarla, e neppure a rallentarla, se non in misura minima. Regent’s Park è costeggiato da una strada, e io mi ritrovai a girarci e rigirarci intorno su una moto che non avevo modo di fermare. Per avvertire i pedoni di togliersi dalla mia traiettoria, suonavo il clacson o urlavo, ma dopo due o tre giri tutti mi davano strada e mi lanciavano grida di incoraggiamento mentre continuavo a passar loro accanto».

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