Recensione. Mani nude

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Sinossi ufficiale

Davide Bergamaschi. Occhi da bambino, corpo da adulto, forte e vivo come lo si è solo a sedici anni. Di fronte a lui, invisibile tra una folla di persone che ballano e bevono, un uomo anziano, stanco e pericoloso, lo osserva. E lo sceglie. Il ragazzo viene rapito, scaraventato a forza su un camion e costretto a lottare a mani nude contro uno sconosciuto. È il suo ingresso nel mondo dei combattimenti clandestini all’ultimo sangue: o uccidi o vieni ucciso. All’inizio Davide piange, protesta, si ribella: cresciuto in una quotidianità ovattata e rassicurante, non sa cosa sia la violenza. Ma il suo corpo conosce l’istinto, e vince i primi incontri. L’uomo, il suo rapitore, scorge in lui il potenziale di un combattente diverso da tutti gli altri, e forse anche qualcosa di più, una sorta di erede a cui trasmettere la sua conoscenza, i suoi valori e le sue personalissime leggi morali. Lo aiuterà a sopravvivere in un mondo disumano, gli insegnerà che la prigionia, i soprusi, l’omicidio e la morte possono diventare accettabili, una nuova “normalità”. Dopo 1442 giorni, un centinaio di omicidi alle spalle e la perdita di ogni inibizione o moralità, di Davide Bergamaschi non sarà rimasto più niente e dalle sue ceneri sarà nato Batiza, il più feroce degli assassini.

Il secondo romanzo di Paola Barbato è l’educazione alla violenza di un moderno gladiatore in un inferno popolato da sadici con il colletto bianco. È il racconto di un incubo reale che ogni anno inghiotte decine di persone — al bar, davanti alle scuole, in metropolitana — e le divora per sempre, anima e corpo.

Recensione

Purtroppo questo romanzo non mi ha convinto come tutti gli altri dell’autrice che ho già letto, l’ho trovato un po’ lento, ripetitivo, dopo un po’ le situazioni sono sempre le stesse, i giorni si trascinano lenti all’interno della fabbrica in cui è rinchiuso Davide insieme ai suoi compagni, i cani da combattimento.mi sarei aspettata probabilmente qualche colpo di scena più forte, qualche guizzo al quale sono stata abituata dagli altri testi della Barbato.

Davide è stato scelto come allenamento per un lottatore, ma si è rivelato sorprendente, è sopravvissuto ed è diventato uno dei fuori serie della scuderia di Minuto, il nome con cui si fa chiamare il suo mentore, l’uomo che l’ha avvicinato al Rave, che l’ha rapito e che in poco tempo è diventato per lui un punto di riferimento molto importante.

Potremmo vedere questo libro come un romanzo di formazione, perché il protagonista in sei mesi ha accettato l’idea di non poter più tornare a casa, di non poter fare neanche una telefonata per avvertire i suoi cari che è ancora vivo, ma soprattutto ha accettato l’idea di uccidere e questo è un fatto sconvolgente e allucinante.

Davide cresce e con lui cresce la voglia di emergere, si interroga anche sul fatto se assassini si nasce o si diventa, si dà una sua routine, un suo nome, Batiza, con Minuto si comporta un po’ come fa un cucciolo con la sua mamma, diventa il suo lottatore preferito.

C’è una frase che mi ha colpito molto: “l’amicizia è un errore, l’affetto è una debolezza”, Una frase che minuto ripeteva continuamente a Davide-Batiza e che lui si è scolpito nella mente e nel cuore, sono parole che lo hanno aiutato ad andare avanti, a non lasciarsi andare, a trovare una motivazione per continuare a vivere, a lottare , a sopravvivere.

Estratti

«La casualità è nemica di ogni professionista» sospirò. Poi scelse di parlare chiaro. «Le ragioni sono principalmente due. La prima è che è fondamentale che tutti sappiano esattamente quale ruolo ricoprono. E con questo non sto dicendo che tutti devono conoscere il ruolo di tutti, ma che tutti devono conoscere il proprio.»

«Tutti i posti sono lo stesso posto. Quello che succede in prigione o qui succede anche in casa, o in ufficio. Cambia la forma, ma è solo la forma. Le cose sono sempre le stesse. I fatti. Te l’ho detto. I fatti.»

Non credere a tutte quelle stupidaggini che ti ha detto Mosé. Non c’è niente di innato nell’uccidere.a qualcuno capita, ad altri no… Tutto qui.

[…]

Io ero un bambino normalissimo, non sono stato violentato nel maltrattato né qualsiasi altra sciocchezza ti possa passare per la testa… Semplicemente a 12 anni mi hanno messo in mano una pistola e mi hanno detto “spara”. E io ho sparato. il mio primo uomo a 15 anni. Mi sembrava di non farcela e allora ho pensato: “calmati, non c’è fretta. hai un minuto, conta per un minuto e poi premi il grilletto”. Le abitudini nascono in modo strano.

[…] prima è stato solo un mestiere come un altro. Dopo è diventata un’arte. Il trucco è smettere di pensare a loro come persone. Bisogna riuscire a scomporli, separare i vari elementi. Le parole, i lamenti, alla fine cosa sono? Sono solo suoni. E le lacrime sono solo acqua, e il corpo è solo carne. Cose, capisci? Alla fine diventano cose… E uccidere una cosa non è nemmeno uccidere, è solo farci un buco dentro.

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