Blog tour. Il cactus non ha colpa

Estratti

PRIMO ESTRATTO

Vagone numero due, posto undici, vicino al corridoio. Le poltrone adiacenti alla mia sono già occupate. Accanto a me una signora sulla sessantina è immersa in una rivista, ha un turbante rosso in testa e occhiali da sole. Assorta nella lettura non mostra alcun interesse per il resto del mondo, tanto meno per me. Di fronte a lei c’è un ragazzo tra i venticinque e i trent’anni con gli auricolari nelle orecchie, impegnato in una conversazione telefonica. Ha un tono di voce talmente basso che sembra stia pregando. Trovare persone che parlano con tono così soave è insolito, è un sollievo sapere che nessuno dei miei compagni di viaggio disturberà la mia permanenza in treno con un insolente chiacchiericcio. Appoggio zaino e borsa sul sedile, afferro il bagaglio, lo sollevo verso la cappelliera e, mentre cerco di alzarlo sopra la testa, altre due mani si appoggiano alle mie e imprimono sulla valigia la forza per depositarla nell’alloggiamento. Due mani maschili, con qualche pelo nero che sbuca da sotto il polsino e la pelle abbronzata a contatto con la camicia celeste.

«Grazie,» sussurro.

«Di nulla,» mi risponde una voce profonda.

L’uomo che mi ha aiutata con la valigia è il proprietario del posto di fronte al mio. Lo ringrazio con un sorriso, accendo il computer e mi immergo nella lettura delle ultime email arrivate. Sono le otto, ho tre ore prima di arrivare a Roma e un’ora intera prima della cena prenotata come ogni settimana nel vagone ristorante. Mi sono abituata anche ai pasti frugali delle mense e dei treni, in piedi in mezzo alla folla o consumati velocemente per lasciare posto ad altri.

Ho due relazioni da leggere, regalo di Rolando, e tre liste di attività da controllare per stabilire le date di scadenza della produzione e del rilascio ai clienti. Sospiro e controllo l’ora. Speravo di chiudere la giornata lavorativa prima di cena ma le email del mio capo distruggono ogni programma per la serata. Non che dovessi andare a ballare, ma la mole di lavoro che ho ricevuto mi terrà impegnata per tutto il viaggio e forse anche in hotel.

Guardo il telefono. Ho il quindici per cento di batteria. Frugo nella borsa alla ricerca del cavo per la ricarica ma non c’è da nessuna parte. L’ultima volta che l’ho usato è stato… Stamattina in hotel! Stupida, l’avrò infilato in valigia! Senza telefono non posso lavorare, mi servono le email. Guardo davanti a me, due occhi mi osservano. Ci provo!

«Posso chiederle un favore?» dico con il sorriso più seducente che possiedo.

«Ha un altro bagaglio da posare sulla cappelliera?» domanda ridendo.

«No, avrei bisogno di un caricabatterie per il telefono.»

Lui infila una mano nella tasca della borsa e mi allunga il suo.

«Non so come ringraziarla, il mio è sepolto lassù,» dico guardando sconsolata la valigia.

«Si figuri,» risponde con un sorriso.

Poi si concentra sul PC e io faccio altrettanto. Decido di leggere uno dei due documenti tecnici e mi eclisso per un’ora. Finisco poco prima delle nove, mi sgranchisco e solo in quel momento mi accorgo dei due occhi verdi che mi fissano. Abbasso i miei e sento già il rossore salire fino alla fronte. Maledetto imbarazzo, mi scopre ogni volta! Fisso lo schermo senza riuscire a leggere più nulla. La sensazione di quel contatto visivo mi brucia il viso. Stringo la tracolla della borsa e riguardo l’ora per controllare quanto manca alla cena. Dieci minuti alle nove. Controllo il respiro e penso a cosa fare. Quei due fari addosso hanno rotto la mia calma. Chiudo il PC e rimando tutti i lavori a dopo mangiato. Ho una notte per terminarli.

Riguardo l’orologio per non alzare gli occhi.

Frugo nella borsa tanto per fare qualcosa.

Fingo di cercare un oggetto che non esiste.

Sfioro il portafoglio con le dita, apro e chiudo la cerniera della tasca interna e quando non so più cosa fare alzo lo sguardo e lui è ancora lì concentrato su di me.

Non li avevo davvero guardati, fino a ora. Gli occhi del mio dirimpettaio sono brillanti e luminosi. E anche insistenti.

Prendo il coraggio a due mani e resto lì, incatenata a quei due smeraldi che battono su di me con la forza di un martello.

«Ho qualcosa che non va?» chiedo.

«No, nulla, anzi…»

«Ci sono tante cose da guardare qui dentro, vero?»

«Sì, è vero, ma non è colpa mia. Tu sei così bella che i miei occhi non si vogliono più staccare da te.»

Scoppio in una risata.

«Una bella faccia tosta, nulla da dire. Mi chiamo Rebecca,» tanto vale presentarsi; allungo una mano verso di lui.

«Vittorio.»

Mi prende la mano e la stringe con dolcezza.

«Speravo chiudessi il computer il prima possibile,» aggiunge.

«Anche tu hai il PC acceso.»

Si avvicina a me, sorride e dice: «Lo faccio perché fa figo, no?»

SECONDO ESTRATTO

Salgo al secondo piano e busso alla porta del Dottor Piva Riccardo – Commercialista – Revisore dei conti – Avvocato.

«Avanti!»

Abbasso la maniglia. Il dottor Piva non è solo.

«Giuliano!»

«Ciao Rebi!»

«Come mai qui?»

«Sono venuto a strappare un accordo a Riccardo. Siediti per favore. La cosa ti riguarda.»

Voi pensate che dovrei iniziare a preoccuparmi? Giuliano si presenta all’improvviso e ha qualcosa da dirmi. Dopo sei anni al suo fianco non mi meraviglia più nulla. Lui indica il posto vicino a sé. Io mi siedo e attendo.

«Senti Rebi, Riccardo ti vuole qui cinque giorni alla settimana. Io gli ho proposto due settimane a cinque giorni e poi, dalla terza settimana, due giorni fino alla fine del progetto e cioè un altro mese e mezzo. Questo vuol dire che hai sei settimane per finire tutto e tornare a casa per sempre e occuparti solo di assistenza. I clienti stanno aumentando e noi dobbiamo aggiungere nuove persone al telefono. Tu mi servi a Cattolica. Cosa ne pensi?»

Per la prima volta in tre mesi da quando lo conosco, il dottor Riccardo Piva sorride.

«Rebecca, sono d’accordo con Giuliano a un patto: istruisci una persona e rendila capace come te, fai che sia la tua copia e ti lascio andare. Hai qualche idea?» dice Riccardo.

«Sì!» rispondo di getto.

«Bene, ti ascoltiamo.»

«Dottore…»

«Chiamami Riccardo!»

Lo guardo, Giuliano annuisce.

«Riccardo…» riprendo imbarazzata, «non le serve un tecnico di SoftGen. Quello che sto per dirle potrebbe causarmi qualche problema con il mio direttore.» Mi giro verso Giuliano, lo fisso, attendo il suo consenso e quando mi sorride riparto incoraggiata: «Mirella!»

«La mia Mirella?»

«Sì, la sua impiegata Mirella. È sveglia, intraprendente, curiosa, molto capace. Mi ha seguita in questi mesi e sono certa che affiancandosi a me acquisirà le competenze e le informazioni che le mancano, potrei istruirla e tra un paio di settimane sarebbe in grado di sostituirmi.»

«Sei sicura?»

«Più che sicura! Credo sia la soluzione migliore per tutti. Ovviamente Mirella avrà le spalle coperte dai miei tecnici ai quali potrà rivolgersi ogni volta che vorrà, in via preferenziale.»

«Un canale privilegiato?»

«Qualcosa del genere. Un canale che pagherà molto meno rispetto ad avere me qui cinque giorni su cinque.»

«Quindi non è gratis!»

«È un investimento. Giuliano,» dico rivolgendomi al mio direttore e guardandolo negli occhi, «questa formula la potremmo applicare a tutti i clienti più importanti. E per rendere omaggio al dottor Piva suggerisco un contratto a tariffa agevolata come pioniere di questa nuova modalità di assistenza. Gli offriamo consulenza a un prezzo conveniente, formiamo Mirella, testiamo il metodo, lo applichiamo ad altri clienti ai quali chiederemo più soldi.»

Giuliano ride.

«Non sapevo fossi anche una brillante commerciale! Mi piace!»

Giuliano si gira verso Riccardo; i due siglano l’accordo con una vigorosa stretta di mano e poi scendono per un caffè.

«Non mi scappare. Ti chiamo più tardi per la cena,» mi sussurra Giuliano prima di scendere.

Sceglie lui, luogo e ora, mi passa a prendere in taxi e indica all’autista il nome del locale.

«È un vecchio pub, storico, sempre pieno di gente, servono la migliore birra della città e ogni sera c’è una band che suona.»

Per dimenticare la triste insalata di mezzogiorno, ordino un hamburger di chianina con funghi, radicchio, formaggio e due porzioni di patate fritte. Giuliano mi osserva mentre mangio.

«C’è qualcosa che non va?» chiedo a bocca piena.

«No, no, assolutamente. A volte mangi come uno scaricatore di porto, altre come un uccellino. Sei sorprendente.»

Tra un brano e l’altro riusciamo a parlare.

Giuliano spizzica una patatina. Di solito è lui quello che si abbuffa.

«Ho un deficit di carboidrati! Tu non mangi?»

«Oggi mi hai stupito!»

«Davvero?»

«Non fare la sciocca!»

Sorrido, lo guardo e do un altro morso.

«Questo panino è delizioso e la birra sublime!»

«Ero certo che ti sarebbe piaciuto.»

Amo tutto quello che mi proponi, se non te ne fossi ancora accorto, penso, poi mi vergogno di quello che mi è passato per la mente. Non è un segreto, vero, che Giuliano abbia un forte ascendente su di me? Ha avuto la capacità di mandarmi in confusione, di farmi battere il cuore, inciampare, fin dal primo giorno. E dal primo giorno per me lui è stato il mio direttore e basta. Non voglio mischiare sentimenti e lavoro. L’amore in un rapporto professionale non è contemplato. Almeno non per me. Men che meno con un superiore.

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