Recensione. Red girls

Sinossi ufficiale

Nel piccolo villaggio di Benimidori, Man’yō è un’orfana nata con il dono della chiaroveggenza, che dovrà proteggere come un terribile segreto. La sua vicenda si intreccia con quella della ricca e potente famiglia Akakuchiba, proprietaria di un’importante fonderia sulle montagne, e del suo complicato erede.

La figlia di Man’yō, Kemari, è estremamente creativa, disegna manga e trascorre la sua giovinezza ribelle insieme a una banda di motocicliste per cercare la sua strada nel mondo. 

È Tōko, la figlia di Kemari, a narrarci questa storia: una autoproclamatasi “inutile” giovane donna, che non sembra avere ereditato le facoltà della nonna o il talento della madre, ma che si impegna a ricostruire le avventure, le disgrazie e gli amori della sua famiglia e a risolvere il mistero delle ultime parole pronunciate da Man’yō in punto di morte: «Sono un’assassina». 

Il destino complicato di queste donne, raccontato in uno stile sognante da una voce capace di suscitare le più profonde emozioni, si unisce e forse riflette in un cinquantennio di drastici cambiamenti quello del loro paese, il Giappone.

Recensione

Il libro narra la storia della famiglia Akakuchiba attraverso tre donne, la nonna chiaroveggente Man’yo, la figlia ribelle e mangaka Kemari e la nipote che si definisce inutile, Tōko. Un racconto che si snoda dal 1953 fino ai nostri giorni.

Attraverso le parole della giovane Tōko apprendiamo le vicende di questa straordinaria famiglia che abita nel villaggio di Benimidori, in alto sulla collina vicino all’altoforno di loro proprietà. la ragazzina è cresciuta con i racconti della mamma ma soprattutto della nonna e quindi ha cominciato a scrivere i loro ricordi ed è riuscita a ricostruire la loro storia.

Si parte dalla contrapposizione fra i Rossi di sopra, appunto la famiglia Akakuchiba e i Neri di sotto, Kurobishi che abitavano nel villaggio vicino al mare e avevano dei cantieri navali.

E’ strano sapere che la giovane Man’yo, una trovatella abbandonata dagli “uomini della montagna” e adottata da una famiglia del luogo, sia stata scelta come moglie del giovane rampollo dei Rossi per allontanare le disgrazie che capitavano nella casa collina.

Si assiste allo scontro fra Man’yo e Midori della famiglia dei Neri, che culminerà in un episodio molto forte che le unirà per sempre.

Dopo le vicende di Man’yo si passa alla figlia Kemari, nata nell’anno del cavallo di fuoco, una puledra imbizzarrita che corre veloce per le strade del villaggio in sella alla sua motocicletta, guidando un gruppo di ragazze. Insieme a lei conosciamo Momoyo, figlia del padre di Kemari e della sua concubina Masago e anche i figli minori di Man’yō, che però sono relegati a personaggi secondari. L’attenzione è tutta concentrata su Kemari, sulle sue scorribande in sella alla motocicletta in compagnia della sua amica Chocco fino a quando un tragico evento la spegne e la fa passare a svolgere un’altra attività, cioè quella di disegnatrice di manga di grande successo.

L’ultima componente femminile di questa famiglia è Tokō la cui voce ce ne racconta le vicende.la ragazza crede di essere inutile, appartiene a una generazione senza ambizioni, dopo la morte della madre e della nonna ha dei dubbi su come fare a gestire l’eredità di famiglia, Ma sente che ha il dovere di proteggere la dimora dei Rossi. In più si incarica di svolgere una piccola indagine dal momento che la nonna in punto di morte le ha detto di aver ucciso una persona, ma non per odio.

A differenza di altri libri giapponesi che ho letto, questo ha una prosa dal ritmo molto occidentale, con lunghe descrizioni, riflessioni, numerosi flash back che dilatano la narrazione, ad esempio come la descrizione della casa di famiglia, molto dettagliata. Il linguaggio è musicale e carezzevole e ci aiuta ad assaporare meglio le vicende che si svolgono dal boom economico degli anni 50 fino ad oggi, a registrare tutti i cambiamenti che il Giappone e in particolare il piccolo villaggio di Benimidori hanno subito.

L’autrice

Sakuraba Kazuki
Nata nel 1971, Sakuraba Kazuki ha iniziato la sua carriera al college, scrivendo sceneggiature e fanfiction ispirate ai videogiochi. Con Red Girls ha vinto il Mystery Writers of Japan Awards. Per My Man, un racconto sull’amore incestuoso tra un padre e una figlia, ha vinto il Naoki Prize nel 2008. È conosciuta per essere una nota bibliofila e legge più di 400 libri l’anno.

Estratti

“Tōko, lo sai che in Giappone, prima dell’epoca Mejii, non c’era un termine che potesse tradurre alla perfezione l’inglese love? Questo significa che mancava il concetto stesso di amore romantico. L’amore di cui parliamo oggi arriva dai paesi occidentali!”

”Sì, questo lo sapevo.”

”Lo sapevi? Mmmh… Allora senti questa. C’è una tribù in Micronesia che non ha una parola per indicare la tristezza.”

”Oooh! Non lo sapevo!”

”Il termine che più si avvicina al concetto è fago, ma significa essere tristi per compassione, soffrire quando si vede soffrire qualcun altro. Non esiste una parola per identificare il dolore del proprio animo. Perché non serve. Sono persone gentili, non trovi? Prova a rifletterci, Tōko. Hanno una parola per esprimere l’inquietudine che deriva dal vedere la sofferenza altrui, ma non una che indichi la propria. Eppure gli essere umani sono creature ossessionate dalla propria tristezza! Voglio dire, abbiamo la tendenza a pensare che se noi stiamo bene allora va tutto bene”.

”Mmmh…”

”Oh, e ho sentito dire che in Africa esiste una tribù in cui le donne si sposano tra loro. Vivono tra donne e fanno figli coi parenti di sesso maschile delle loro compagne. Roba da non credere, vero? Il buon senso e le norme in vigore nel mondo in cui viviamo non sono le stesse dappertutto… Prova a pensarci, non ti fa sentire meglio?”.

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