Novità Adelphi

Gli dèi non sono frutto di invenzioni, elucubra­zioni o rappresentazioni, ma possono soltanto esse­re sperimentati». Tale era la prospettiva di Walter F. Otto, ribadita in questo libro, che si può consi­derare il suo lascito: muovendo da una critica ser­rata alle «posizioni teoriche che continuano a o­stacolare la genuina comprensione della religione greca», e lasciando poi risuonare direttamente «la voce del più spirituale e creativo di tutti i popo­li … che ben riusciamo a percepire, purché ci met­tiamo in ascolto di quel che hanno da dirci i suoi maggiori testimoni da Omero in poi », Otto ci mo­stra come i miti siano in realtà autentiche «rivela­zioni ontologiche», in quanto nati non già da sogni dell’anima, ma «dalla lucida contemplazione del­l’occhio spirituale spalancato sull’essere delle co­se». E ci spiega perché gli dèi greci continueranno sempre a parlarci: «Apollo, Dioniso, Afrodite, Er­mes e tutti gli altri restano per noi manifestazioni sempre luminose ed estremamente significative. E per quanto possa risultarci difficile credere seria­mente in loro, il loro sguardo sublime non cessa di venirci incontro appena ci solleviamo da tutto ciò che è meramente fattuale nelle altezze dove dimo­rano le forme».

Nabokov aborriva le interviste. Eppure, quando diventò una celebrità, dovette subirne alcune. Ma il lavoro di quei malcapitati giornalisti si trasformava in puro pretesto per una strepitosa reinvenzione con cui egli si proponeva innanzitutto di cancellare «ogni traccia di spontaneità, ogni parvenza di effettiva conversazione». Il risultato fu una sorta di concrezione madreporica, dove con gli anni finirono per depositarsi, nella loro forma più scintillante e micidiale, non tanto le idee quanto le intransigenze di Nabokov, come dire le reazioni della sua fisiologia di scrittore ai grandi temi – e spesso alle grandi scemenze – che vagavano per l’aria.

Tra i libri italiani degli ultimi anni quello che ho più letto, riletto e meditato è la Breve storia dell’infinito di Paolo Zellini, che si apre con la famosa invettiva di Borges contro l’infinito: “concetto che corrompe e altera tutti gli altri”, e prosegue passando in rassegna tutte le argomentazioni sul tema, col risultato di dissolvere e rovesciare l’estensione dell’infinito nella densità dell’infinitesimo».

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