Recensione. Scrivere è un mestiere pericoloso

Parliamone. Ho trentaquattro anni. Da quasi venti mi vesto come se un incendio domestico mi avesse risparmiato solo i costumi di Halloween. Mi trucco in un modo che Theda Bara avrebbe definito disturbante. Mi pettino come il sogno erotico di un cyberpunk (o, più semplicemente, come una che si taglia i capelli da sola in bagno). Persino adesso che giaccio sudata sul tatami indosso leggings neri, maglietta nera dei Clash e una fascia di spugna nera cerca di tenermi il ciuffo lontano dalle cornee. Biondo, quello, perché Madre Natura è una signora impegnata e a volte le scappa qualche cantonata. Però, ecco: sono una che si veste di nero e catene e si taglia i capelli allo specchio. Ho la grazia di un minatore e il linguaggio di un ergastolano. Modestamente, sono la creatura meno frivola e leziosa di mia conoscenza.

Sinossi ufficiale

Un gesto, una parola, un’espressione del viso. A Vani bastano piccoli particolari per capire una persona, per comprenderne il modo di pensare. Una dote speciale di cui farebbe volentieri a meno. Perché Vani sta bene solo con sé stessa, tenendo gli altri alla larga. Ama solo i suoi libri, la sua musica e i suoi vestiti inesorabilmente neri. Eppure, questa innata empatia è essenziale per il suo lavoro: Vani è una ghostwriter di una famosa casa editrice. Un mestiere che la costringe a rimanere nell’ombra. Scrive libri al posto di altri autori, imitando alla perfezione il loro stile.
Questa volta deve creare un ricettario dalle memorie di un’anziana cuoca. Un’impresa più ardua del solito, quasi impossibile, perché Vani non sa un accidente di cucina, non ha mai preso in mano una padella e non ha la più pallida idea di cosa significhino termini come scalogno o topinambur. C’è una sola persona che può aiutarla: il commissario Berganza, una vecchia conoscenza con la passione per la cucina. Lui sa che Vani parla solo la lingua dei libri. Quella di Simenon, di Vázquez Montalbán, di Rex Stout e dei loro protagonisti amanti del buon cibo. E, tra un riferimento letterario e l’altro, le loro strambe lezioni diventano di giorno in giorno più intriganti. Ma la mente di Vani non è del tutto libera: che le piaccia o no, Riccardo, l’affascinante autore con cui ha avuto una rocambolesca relazione, continua a ripiombarle tra i piedi.
Per fortuna una rivelazione inaspettata reclama la sua attenzione: la cuoca di cui sta raccogliendo le memorie confessa un delitto. Un delitto avvenuto anni prima in una delle famiglie più in vista di Torino. Berganza abbandona i fornelli per indagare e ha bisogno di Vani. Ha bisogno del suo dono che le permette di osservare le persone e scoprirne i segreti più nascosti. Eppure la strada che porta alla verità è lunga e tortuosa. A volte la vita assomiglia a un giallo. È piena di falsi indizi. Solo l’intuito di Vani può smascherarli.
L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome è stato uno degli esordi più amati dai lettori e dalla stampa più autorevole. Lo stile unico e la forza narrativa di Alice Basso hanno conquistato tutti. Come la sua esilarante protagonista, Vani, che torna con un nuovo libro da scrivere, un nuovo caso da risolvere e un nuovo inaspettato nodo sentimentale da sciogliere.

Recensione

Il secondo volume della serie di Vani Sarca non delude affatto le aspettative del lettore. Ritroviamo la protagonista sempre più cinica, acuta, ironica e dissacrante.

Questa ghostwriter dark dall’aspetto a volte minaccioso ma dal cuore d’oro con le vecchiette come Irma, che incontra in questo libro per lavoro, oppure con Morgana, la quindicenne che abita nell’appartamento sopra il suo, non ce la racconta giusta. È molto brillante e sagace nel comprendere perfettamente quello che passa per la testa degli altri, sia se si tratti di un criminale da interrogare come collaboratrice della polizia, sia se si tratti di una persona qualunque che incrocia nel suo percorso esistenziale. L’unica difficoltà che ha è che non riesce a capire bene quello che prova lei stessa, ma in fondo ce la sta mettendo tutta per decifrare i suoi sentimenti.

In effetti questa è una caratteristica che abbiamo anche noi tutti: è molto facile capire gli altri, certo non come fa Vani che ha una specie di radar ultrasensibile, ma comunque si riesce a calarsi nei loro panni e ad intuire i loro pensieri. Il discorso è diverso quando dobbiamo prendere consapevolezza dei nostri sentimenti, dei nostri desideri, di ciò che vogliamo ma soprattutto di ciò che non vogliamo e questo è un punto in comune che il lettore può trovare con la protagonista del libro di Alice Basso. Un’altro aspetto che ci accomuna a lei potrebbe essere il fastidio per la gente, soprattutto per quella che mente in modo spudorato sia a se stessa sia agli altri e in questo caso Vani è spietata, non si fa nessuno scrupolo a vendicarsi di chi usa il prossimo in modo spregiudicato, come è successo al suo ex fidanzato Riccardo.

Accanto a lei c’è il commissario Berganza che con il suo impermeabile alla Philip Marlowe, il suo amore per i gialli e, cosa del tutto inaspettata, le sue capacità culinarie, è un personaggio che la Basso ha strutturato in modo perfetto, complementare a Vani e perfettamente funzionale ed essenziale oserei dire allo svolgimento della narrazione. La sua calma e la sua capacità di riflettere tengono a bada gli istinti di Vani e gli basta uno sguardo per capire ciò che sta pensando la ragazza, con una capacità che arriva quasi ad eguagliare quella di Vani stessa.

Poi c’è Irma, la cuoca storica di casa Giay Marin, una famiglia famosissima di stilisti che è l’emblema della laboriosità e della grandezza di Torino. Vani la incontra perché ha l’incarico di scrivere un libro di ricette condito da aneddoti particolari legati a questa famiglia storica e si innamora subito di questa vecchietta dalla mentalità agile ed acuta, che con grande lucidità rievoca la sua vita al servizio della famiglia Giay Marin e solo raramente sembra perdersi in un mondo tutto suo. Vani la adora anche perché ha l’impressione che invecchiando potrebbe diventare come lei, anzi molto probabilmente se lo augura, magari avrà una nota di acidità e di misantropia in più rispetto ad Irma, ma le possibilità che invecchiando diventi così sono molto elevati.

Dall’altra parte c’è Morgana, la ragazzina che adora Vani per il suo spirito libero e per le attenzioni che le riserva la ghostwriter E quest’ultima ricambia soprattutto perché vede in lei se stessa da piccola, quindi cerca di darle dei consigli che nessuno gli ha mai dato, di starle vicino come nessuno ha mai fatto con lei.

Anche questa è stata una lettura molto divertente ed emozionante nello stesso tempo, perché nonostante l’ironia caustica della protagonista, ci porta a riflettere su alcuni temi molto importanti, come le relazioni con gli altri e l’approccio che possiamo adottare ( meglio uno diretto come quello di Vani o uno più soft?).

Chiudendo il libro mi sono chiesta: ci sarà uno sviluppo romantico nel rapporto tra Vani e Berganza? Lo scoprirò solo leggendo i libri successivi.

L’autrice

Alice Basso è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora per diverse case editrici come redattrice, traduttrice, valutatrice di proposte editoriali. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni canta e scrive canzoni per un paio di rock band. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne.

Estratti

[…] chi diavolo l’ha coniata quest’espressione, «sulla carta», per significare: in teoria, a livello progettuale, nelle intenzioni? È assurda. Come se sulla carta ci potessero stare solo queste cose: teoria, progetto, intenzione. Ma per favore. Io ho vissuto più avventure fatte e finite nei libri di quante ne abbia viste anche solo cominciare nella vita vera. Semmai è proprio la vita vera quella che rimane sempre lì appesa per aria, e solo una volta ogni eone va a parare da qualche parte. È nella vita che trama e intreccio il più delle volte lasciano a desiderare: nei libri, perlomeno in quelli buoni, tutto ha un coronamento, un senso. È un tale sollievo.

Apprendere i linguaggi e i contenuti dei miei alter ego di turno. Entrare nella loro testa. Chiunque essi siano. Lo so fare. Sono altre le cose che mi riescono di merda – cucinare, sparare, avere una relazione stabile con un uomo decente – ma questo no. Scrivere, di tutto e per tutti, è il mio pane da quando avevo dodici anni.

La nebbia si addice a Torino. Tutto assume un’aria da tardo Ottocento, da libroCuore, e la Mole fora la cappa perlacea come il dente di un narvalo. Il Po diventa lo Stige e la luce dei lampioni si fa lattiginosa come in quei film su Jack lo Squartatore. Adoro Torino quando c’è la nebbia. Ma oggi è un odioso giorno di sole e quando esco dal mio portone i raggi mattutini danzano fra i rami e sull’erba delle aiuole al centro dei viali, tutti brillanti di brina. Una maledetta cartolina di Natale. Che palle.

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