Novità Adelphi

Grazie alle sue armi di difesa personale – la tesa abbassata sugli occhi per principio, il sopracciglio inarcato per la stessa ragio­ne, un fisico rispettabile nonostante gli stravizi –, Philip Marlowe potrebbe arriva­re a fine mese guadagnando quanto basta, senza passare da un guaio all’altro. Specie quando si muove, come qui, nel suo am­biente naturale, la Los Angeles dei locali notturni. Ma purtroppo, anche se a veder­lo non si direbbe, è curioso. E se davanti a un locale, mentre indaga su tutt’altro, no­ta un figuro in cappotto sportivo, palline da golf per bottoni e un abbacinante pa­io di scarpe di coccodrillo, vuole saper­ne di più: quindi lo segue all’interno, finendo a contatto ravvicinato col temibile Moose Malloy, e si mette poi sulle tracce della sua molto rimpianta vecchia fiamma, l’ancor più temibile Velma Valento. Il re­sto è tutto quello che ci aspettiamo da uno come Marlowe, ma con un’avvertenza: fra i suoi componenti romanzeschi collauda­ti, Chandler in Addio, mia amata ha scelto solo il meglio del meglio. Che agisce oggi come allora.

Kōbe. Durante una cena tra imprenditori e funzionari ministeriali, una cameriera si avvicina a uno dei commensali e gli sussur­ra qualcosa all’orecchio. C’è una chiama­ta per lui da Tokyo. L’uomo, Tsuneo Asai, si alza senza dare nell’occhio e raggiunge il telefono. Sua moglie Eiko, poco più che trentenne, è morta improvvisamente d’in­farto. Una notizia non del tutto inattesa, dal momento che Eiko era già da tempo mala­ta di cuore. Eppure le circostanze della sua morte, avvenuta in un quartiere un po’ fuo­ri mano di Tokyo, a due passi da un alber­go a ore, gettano un’ombra sulla sua figura timida e riservata, e sul suo passato. Cosa ci faceva lì? E chi doveva incontrare?
Questa storia è come una strada che parte leggermente in salita e si fa a ogni passo più ripida. Una strada piena di vicoli cie­chi, che sembra esistere solo nella psiche del protagonista. Qui, i temi cari a Matsu­moto – la vendetta, l’ossessione per un det­taglio che non torna, il timore dello scan­dalo, l’ansia di essere scoperti che conduce alla rovina – si condensano in un noir ano­malo e beffardo, senza un caso né un inve­stigatore, dove chi cerca un colpevole può finire per diventarlo lui stesso. Un noir che è anche una critica acuminata della società giapponese e della ragnatela di convenzio­ni che la invischiano.

«Si era appena fatto giorno. Il mare era avvolto in una foschia lattiginosa. Shikanoshima, l’isola dei cervi, si vedeva a malapena, così come il sentiero del mare. Tirava una brezza fredda e salmastra. L’operaio, col bavero alzato e il capo chino, procedeva a passo svelto. Attraversava quella spiaggia rocciosa per arrivare prima in fabbrica, come era sua abitudine. Ma qualcosa di totalmente inatteso attirò il suo sguardo, sempre rivolto al suolo. Due corpi adagiati su una lastra di roccia scura stonavano incredibilmente con quel paesaggio a lui così familiare».

«Al pari di qualsiasi teoria simile – tra cui la stessa evoluzione –, l’ipotesi della cottura non è passibile di una dimostrazione scientifica assoluta. Per questa ragione, senza dubbio ci sarà chi vorrà liquidarla come l’ennesima storia “proprio così”, il mito di Prometeo presentato in una moderna veste scientifica. Ma quanto possiamo veramente aspettarci di più nel momento in cui cerchiamo di spiegare un evento come la nostra stessa comparsa? L’ipotesi della cottura ci offre un mito moderno convincente – forgiato nel linguaggio della biologia evoluzionista invece che in quello della religione –, che riconduce le origini della nostra specie alla scoperta della cottura del cibo con il fuoco. Chiamarlo “mito” non significa sminuirlo … A colpirci, qui, è che la mitologia classica e la teoria evolutiva moderna abbiano entrambe guardato le fiamme del focolare e vi abbiano trovato la stessa cosa: le origini della nostra umanità. Forse tutte le conferme che possiamo sperare di ottenere stanno in questa coincidenza».

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