Recensione. Gli scomparsi

Alessia Tripaldi

Rizzoli editore

Pagine 400

Prezzo 19,00

Sinossi ufficiale

Un cadavere mutilato emerge da un tumulo di sterpaglie. Un ragazzo scalzo e magro dice di chiamarsi Leone e che quello è il corpo di suo padre, con cui ha sempre vissuto nei boschi. Quale segreto si nasconde tra le montagne impenetrabili del Centro Italia? La risposta spetta al commissario Lucia Pacinotti. «Un’altra sigaretta e poi vado» è la frase che ripete tra sé mentre è appostata in macchina cercando il coraggio di bussare alla porta del suo vecchio compagno di università, Marco Lombroso. Nonostante la frattura improvvisa che li ha separati anni prima, lui è l’unico che può aiutarla a dipanare il mistero del “ragazzo dei boschi”. Ciò che Lucia non sa è che bussando a quella porta costringerà Marco a riaprire anche il vecchio baule ereditato dal suo avo, Cesare Lombroso. Tra le pagine dell’Atlante dei criminali, nei pattern che collegano i crimini più efferati della Storia, si cela la verità, ma per trovarla è necessario addentrarsi nei fitti boschi delle montagne e in quelli ancora più intricati dell’ossessione per il male.

Recensione

Avevo sentito parlare molto bene di questo libro, uno delle rivelazioni dell’estate, e le mie aspettative sono state pienamente soddisfatte.

I due protagonisti Lucia e Marco condividono l’indagine su un ragazzino misteriosamente apparso dal nulla ma tra loro c’è un legame speciale: hanno trascorso a stretto contatto un periodo di studio all’università, riuscivano a comprendersi meravigliosamente, l’uno finiva le frasi dell’altro e c’era qualcosa di speciale che li legava, ma poi da un giorno all’altro tutto e svanito, Marco ha abbandonato gli studi e Lucia se ne è andata a lavorare lontano, ma quel sottile filo che li univa non si è mai spezzato.

La loro storia fa da sfondo All’indagine su Leone e alla scomparsa inquietante di tanti bambini. È una tematica che mi sconvolge sempre quando la ritrovo nei libri che leggo, soprattutto perché mi sento persa nel leggere quello che potrebbe capitare anche ai miei figli.

È un libro che ti entra nelle viscere, che ti scuote dal profondo, che porta a galla tutte le paure più nascoste, quelle che fanno stare svegli la notte, che fanno mancare il respiro. Quello che leggiamo a proposito di Leone è assolutamente sconvolgente, nonostante tutte le terribili notizie di cronaca che spesso leggiamo sui quotidiani, quello che la Tripaldi ci racconta è una storia feroce e crudele, frutto di un’umanità malata, che infierisce sui più debolì mentre dovrebbe proteggerli e prendersene cura.

Il personaggio che mi ha colpito di più è stato quello di Marco, un tipo introverso, che limita al massimo le interazioni con i suoi simili, ha un lavoro che gli permette di starsene da solo a casa, senza alcun contatto, che deve cercare di tenere la mente occupata il più possibile , per non farle inseguire pensieri molesti, oppresso e quasi perseguitato dal cognome che porta, ossessionato dallo studio dei tratti delle persone che incontra, dal libro del suo avo che lui in un certo senso ha portato avanti.

Ma è davvero possibile che il nostro volto o i nostri gesti contengano l’essenza della nostra personalità? Noi siamo solo nei nostri tratti o nelle nostre azioni? Io ho dei dubbi perché a volte ci comportiamo in un certo modo perché siamo costretti dalle circostanze e non perché lo abbiamo scelto.

L’autrice ha creato una storia avvincente e terrificante nello stesso tempo, una storia che vi terrà incollati alle pagine fino all’epilogo.

L’autrice

Alessia Tripaldi è sociologa e cofondatrice dell’organizzazione Sineglossa. Ha lavorato per diverse case di produzione come sceneggiatrice. Questo è il suo primo romanzo.

Estratti

Cesare Lombroso era riuscito a entrare in empatia con i criminali, andando vicinissimo all’obiettivo di penetrare nei meandri delle loro menti, ma si era fermato allo strato esteriore. Aveva misurato la forma del cranio quando invece le risposte ai suoi perché stavano dentro la testa dei criminali, in quel coacervo di emozioni, sensazioni ed esperienze che non lascia tracce osservabili o misurabili. Per questo, a diciannove anni, Marco si era iscritto a Psicologia: per trovare la chiave d’accesso alle zone d’ombra della mente umana. E per questo tre anni dopo aveva scelto la specializzazione in Criminologia. Con la stessa passione e curiosità del suo antenato, Marco voleva capire i criminali.

Perché Cesare Lombroso collezionava le carte da gioco disegnate dai carcerati e la caricatura del direttore del manicomio intagliata da un matto? Perché a un assassino che strangolava e sventrava le donne aveva chiesto di raccontare della colombaia dove allevava i piccioni? Perché in quei pezzi della loro vita che nulla avevano a che fare con i crimini, in quel “resto”, si nascondevano le risposte che cercava.

«Alla fine non siamo che animali che si prendono troppo sul serio solo perché abbiamo desideri un po’ più articolati delle altre specie. La storia che non possiamo essere classificati perché siamo troppo complessi è soltanto un altro modo di sopravvalutarci… Non è questo che ci hanno insegnato a Criminologia? A trovare gli elementi in comune tra i criminali, a cercare i pattern, per capire perché si comportano in un certo modo e magari prevederne i comportamenti futuri? Gli archetipi criminali fanno esattamente questo, ci dicono perché una persona commette un crimine, contro quale tipologia di vittime e con quale modalità. Basta avere uno di questi elementi per risalire agli altri.»

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