Nuove uscite Adelphi

Nel 1965 Alberto Arbasino pubblicò Grazie per le magnifiche rose, foltissimo volume di scritti sul teatro – non «teorizzazioni ipotetiche», si precisava, bensì «testimonianze su spettacoli innegabilmente avvenuti». Che la maggior parte di quegli autori e attori sia poi scomparsa dalla «memoria anche coltissima» senza lasciare «grandi tracce televisive e cinematografiche», come Arbasino avrebbe in seguito osservato, è certo vero. Ma è altrettanto vero che non occorre ricordare chi fosse Celeste Aida Zanchi per soccombere a un inciso come «indimenticabile perché il capocomico Ruggeri le proibiva di mettere le iniziali C.A.Z. sui bauli». L’inesauribile forza di seduzione di queste leggendarie cronache teatrali, difatti, sta tutta in una scrittura indiavolata, elettrizzante, che girando su sé stessa si appropria delle «cose viste» a Broadway come a Bayreuth – pubblico incluso – per poi ritrarle attraverso fulminanti comparazioni con il conosciuto («“divi” noti e abituali» per il lettore italiano) oppure attraverso fastose ecfrasi degne di Longhi e Gadda. Ma, soprattutto, palpita dietro ogni cronaca la felicità della scoperta – quella che, di solito rattenuta, esplode di fronte a musical come Gypsy, «di una bellezza da far urlare dall’entusiasmo». Così come palpita – vero protagonista di questo «Romanzo Critico» – il mondo, quale era in quegli anni.

Ci sono libri – anche grandi libri – che si ricorda­no magari per la storia, o i personaggi, o le atmo­sfere. Poi ce ne sono altri, più rari e sfuggenti, che all’universo parallelo della letteratura arriva­no in un modo diverso – curvando lo spaziotem­po della narrazione per portarci in una scena che, al di fuori delle loro pagine, sembra non vo­ler esistere. Ad esempio in una grande villa nella campagna inglese del 1950, dove Coral, che al mon­do non ha più nulla e nessuno, arriva per assiste­re la padrona di casa. È l’inizio di un viaggio lie­ve, doloroso e imprevedibile, difficile da rac­contare e impossibile da dimenticare, che Peter Cameron ci invita a intraprendere con una sola promessa: quella di guidarci, per minuscoli slit­tamenti delle emozioni, a un finale che non ci a­ spetteremmo – e di farci sentire improvvisamen­te molto vicini al «cuore dorato e incandescente dell’universo».

«Con questo libro sconvolgente, scritto con ele­ganza e delicatezza, e anche sfacciatamente disu­mano, Jamaica Kincaid ci offre un’indisponente meditazione sulla vita in una prosa fra le più stra­ordinarie che possiamo incontrare nella nostra narrativa contemporanea. Per molte pagine la narratrice non ha nome. In tutto il romanzo non c’è una sola riga di dialogo: la protagonista non è mai definita da nessun altro. In verità, nessuno esiste se non attraverso di lei. Come il Dio della Genesi, Xuela si manifesta mediante le proprie pa­role, descrivendo il mondo intorno a sé e confe­rendogli così la vita … “Mia madre è morta nel momento in cui nascevo,” scrive l’autrice nella prima frase “e così per tutta la mia vita non c’è mai stato nulla fra me e l’eternità; alle mie spalle soffiava sempre un vento nero e desolato”».

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