Blog tour. Sabbia bianca. L’ambientazione

In Sabbia Bianca, Firenze non fa solo da sfondo, non accoglie soltanto le vicende che a mano a mano si snodano davanti agli occhi del lettore. Firenze è protagonista, a volte anche in maniera predominante, della vita e delle vicissitudini di Olimpia e Leo. Entrambi fiorentini doc, entrambi attaccati a una terra bellissima, capace di donare meraviglie agli occhi dei visitatori, ma di svelarsi davvero solo di fronte a chi la abita, calpesta le sue strade giorno dopo giorno, la vive e la ama.

Dio quanto le era mancata Firenze, forse la città era l’unica creatura di cui aveva avuto reale nostalgia. L’aria gelida della sera, profumata dell’acqua d’Arno che permeava il selciato insieme a quell’umidità che entrava nelle ossa. Firenze così chiusa su se stessa, così orgogliosa del passato da non dare importanza al futuro. Firenze fiera e superba, scolpita dall’ambizione prepotente dei Medici e dall’amore austero dei Lorena, che seppure austriaci, erano più fiorentini dei topi sotto il Ponte alle Grazie.

L’amore per Firenze, espresso dall’autrice in maniera egregia, emerge pagina dopo pagina, senza appiattire la narrazione, senza appesantirla, ma anzi regalando la sensazione di essere lì, in una delle città più belle al mondo, a camminare sul Lungarno, ad attraversare Ponte Vecchio, a lasciarsi inebriare d’arte in piazza della Signoria o ad ammirare la magnificenza del Duomo.

Leo era attaccato a Firenze in un modo che solo i fiorentini possono comprendere. Era la sua parte migliore Firenze, la sua identità e il suo cuore viola, l’unico motivo che scatenava in lui forsennati batticuori. Era la luce abbagliante dei fuochi d’artificio di San Giovanni, le poltroncine scomode di legno dell’ex cinema Odeon, era le forche a scuola per andare sul Forte Belvedere a pomiciare con la ragazzina di turno. Firenze era il lampredotto di Nerbone al mercato di San Lorenzo, il Brindellone per Pasqua trainato dai buoi bianchi con le corna appuntite, i Madonnari di Por Santa Maria e il mercato del Porcellino, erano gli stornelli volgari di Marasco e gli scherzi cattivi di Amici miei. Firenze era l’Arno e la sua forza devastante quando s’incazzava e portava via tutto, e i bomboloni di via del Corso che scendevano dallo scivolo e finivano nello zucchero. Era la Fiorentina di Giancarlo Antognoni, Dunga, Roberto Baggio, Rui Costa, Toldo, Gabriel Omar Batistuta, Luca Toni. Era la Curva Fiesole e la Ferrovia ed era la Vecchia Guardia, il club di tifosi di cui Leo faceva parte. Firenze era sotto la sua pelle e chi ne parlava, bene o male, senza essere fiorentino, lo irritava. Chi non era fiorentino non aveva diritto di parlare di Firenze, poteva solo adorarla.

L’attaccamento alla propria terra è forte in Olimpia, ma ancora di più in Leo, che Firenze l’ha tatuata sulla pelle, sottopelle, dentro l’anima. 

«Le masse di turisti che affollano la città credono di averla vista tutta da dietro gli obiettivi delle loro stupide macchine fotografiche. E mi riempiono di pena, perché Firenze non solo si deve guardare, la si deve respirare, mangiare, leccare, graffiare. Per chi non è fiorentino, già avere il privilegio di inginocchiarsi davanti al David o al Perseo dovrebbe essere sufficiente per l’intera vita. Invece no, quelli vengono sperando che di Firenze gli rimanga qualcosa attaccato addosso e ripartono più poveri di prima perché di lei, invece, non ci hanno capito un cazzo.»

Piazza Santa Croce, il quartiere di Santo Spirito e tutto quello che orbita loro attorno accolgono gran parte di questa storia. Il piazzale dinnanzi alla chiesa, nella parte finale, fa da catalizzatore di tutto: attenzione, presenza, energia, amore in una scena degna di un film.

Nel completo silenzio di Piazza Santa Croce, il timbro possente, senza microfono, fece arrivare la cantilena che dava inizio alla partita ai cinquecento figuranti del corteo storico e alle migliaia di persone con il fiato sospeso ad ogni lato della piazza. Si respirava l’eccitazione smaniosa dei calcianti schierati sulla sabbia e alla fine, quando l’arbitro fischiò l’inizio e lasciò andare la palla rossa e bianca, le due schiere di atleti si fronteggiarono nelle prime scaramucce: pugni nervosi e guardie alte.

Non vi resta che leggere Sabbia Bianca di Pitti Duchamp per amare ancora di più Firenze, la sua storia e le sue tradizioni. Per diventare un po’ fiorentini, anche solo per una manciata di ore.

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