Recensione. La felicità si racconta sempre male

Gaudenzio Schillaci

Dialoghi Edizioni

“Scrivere è l’unico modo che l’uomo ha inventato per colmare i buchi di un’assenza”. Erano state queste le sprezzanti parole da era cui partito il suo ultimo viaggio. Gerri Santiloro le aveva pronunciate in risposta a Cristina Selleri, la cameriera del Palomar, quando questa, dopo una lunga fase di studio e osservazione durata quasi tre mesi, era riuscita a trovare il coraggio di chiedergli perché passasse tutte le giornate chino sulla tastiera del suo portatile, a ingobbirsi a furia di schiacciare i polpastrelli sulle lettere, seduto al tavolino di quel bar.

Sinossi ufficiale

Catania, giugno 2017: il cadavere di un uomo, Gerri Santiloro, viene ritrovato in un vicolo del centro crivellato da tredici proiettili. A occuparsi dell’evidente omicidio arrivano, sul luogo del delitto, l’ispettore Bonanno e il commissario Davide Bovio, che trovano subito una stranezza: sul corpo della vittima c’è una lettera d’addio. Le prime impressioni, basate su quelle poche righe, li conducono all’Hotel Ungheria, dove l’uomo risiedeva, e a fare la conoscenza di Cristina Selleri, cameriera del Palomar, locale dove Santiloro trascorreva le sue giornate in solitaria. Del passato di Gerry non si sa nulla: i due poliziotti concentrano le loro indagini sul tentativo di ricostruire, attraverso le parole della Selleri, innamorata di Santiloro, gli ultimi giorni di vita di quest’uomo che nascondeva, tra ombre e misteri, un desiderio di vendetta a lungo covato. A ingarbugliare le indagini contribuisce la confusione del commissario, uomo dai sentimenti avvizziti ma affascinato dalla giovane testimone.

Recensione

Questo libro è stato una bellissima rivelazione, una storia misteriosa, intrigante, che sembra di facile interpretazione ma che spiazza il lettore con una rivelazione finale che non si aspetta.

Il protagonista indiscusso è Gerry Santiloro che non so perché mi ha ricordato Jep Gambardella di La grande bellezza. Dalla descrizione che l’autore ne fa, me lo sono immaginato proprio come il personaggio cinematografico a cui Toni Servillo ha dato il volto, così sfuggente, difficile da etichettare, da comprendere, affascinante e misterioso. Santiloro viene presentato come un osservatore dell’umanità, e’ un uomo estremamente attento a ciò che lo circonda, solitario, i suoi unici compagno sono una nera, una sigaretta e il tempo, e’ taciturno, sorprende gli altri con le sue frasi brevi ma di grande effetto. Osserva la vita come da una finestra, sembra che nulla lo tocchi, lo sfiori o lo riguardi.

Dava l’idea di essere un uomo molto solo, ma non di quelli che soffrono la solitudine, quanto piuttosto uno di quelli che aveva abbracciato volutamente la scelta di non avere legami, nella sua vita, ma soltanto ombre alle spalle e rughe sul viso. Soprattutto, dava l’idea che non gliene importasse nulla dell’umanità che viveva aldilà del suo fantasticare.

Ed è con queste caratteristiche che è apparso alla protagonista femminile del libro, Cristina, una ragazza che tutti bramano ma che non si concede a nessuno, che non vuole aprirsi troppo agli altri per non essere ferita.

«Era vero. Con le sue sofferenze, i suoi silenzi. Sin dalla prima volta che l’ho visto, ho sentito di essere attratta a lui da qualcosa. Non sapevo cosa fosse, e non fu facile scoprirlo. Alla fine, credo che a legarci fosse proprio l’assenza di cui parlava spesso». «Assenza? Mi spieghi meglio». Si portò quindi una mano sulle labbra, per evitare di morsicarle ancora. Decise a quel punto di concentrare le sue emozioni sulla nobile attività di mangiarsi le unghie. «Io sono nata in Danimarca, e non ho mai conosciuto mia madre. Morì durante il parto. Forse per questo ho sempre sentito che nella mia vita c’era qualcosa che mancava. Sono stata cresciuta da mio padre, poi dalla sua nuova compagna, ma non ero uguale a tutti gli altri. Non mi sono mai sentita come tutti gli altri. Ho passato tutta la mia infanzia a cercare qualcuno che fosse come me, fino a quando non ho iniziato a fregarmene di tutti. Non ho mai voluto legarmi davvero a qualcuno. Lui, invece, a causa del suo lavoro era stato costretto a girare sin da giovanissimo per tutta l’Europa e credo sentisse forte l’assenza di una donna che lo amasse come lui avrebbe voluto essere amato. Era simile a me, con lo stesso tormento che ho sentito anch’io pesarmi sulle spalle durante tutta la mia vita».

Tra di loro c’è una sorta di terzo incomodo, il commissario Bovio che indaga sulla morte di Gerri. Fra i tre personaggi questo forse è quello che mi ha colpito di più: all’inizio l’ho quasi odiato per la sua strafottenza, per il fatto che incarna il tipico uomo di legge corrotto, che fa battute volgari ma soprattutto approfitta della sua posizione per esercitare potete sugli altri, poi nel corso della storia cambia, emerge il suo lato più fragile, malinconico, emotivo e la mia opinione su di lui e’ cambiata.

Schillaci riesce a tenere il lettore sulla corda dalla prima all’ultima pagina: il libro inizia con la morte di Santiloro e poi a ritroso scopriamo la sua strana relazione con Cristina e la verità sul suo passato e sulla sua scomparsa. Un intrigo elaborato magistralmente e tenuto in piedi da una prosa essenziale e priva di giro di parole, molto chiara e diretta.

Una lettura che ho apprezzato veramente molto! Ottima prova!

Ps Il titolo fa riferimento ad una frase tratta dal film Jules e Jim di Truffaut:

La felicità si racconta male perché non ha parole, ma si consuma e nessuno se ne accorge.

Estratti

Così ho scoperto che, nascosta sotto tutta quella violenza dei colori, dei suoni e dei profumi, si può trovare la felicità, ma che la felicità, se la osservi da vicino, non serve a niente. La felicità è qualcosa che non ci serve, e persino ci infastidisce.

[…]

Ci sono solo tre cose che non ritornano mai indietro: il tempo, un proiettile e un’occasione persa. E queste tre cose sono molto più simili di quanto si possa pensare.

[…]la felicità esiste, e non serve a niente. Per questo è così importante, per noi creature: perché niente è più straordinario di un’inutile meraviglia.

«C’è stato un tempo in cui preferivo la vita all’immaginazione. Poi, ho capito che la vita passa, l’immaginazione resta. Per sempre. E non ti ferisce mai». «Ma è assurdo sprecare la propria vita cercando di evitare di star male». «Io non la spreco. Non l’ho mai sprecata. Ho soltanto cercato altro». «E cosa c’è da cercare che sia più importante della felicità?». «Questo» aveva risposto indicando la vetrina. «La vita raccontata da qualcun altro. L’amore nato dall’immaginazione di uno scrittore. La letteratura è come la vita, solo che in più ha qualcuno che ne elimina le parti noiose. La felicità si racconta sempre male, per questo abbiamo bisogno di qualcuno che la racconti per noi».

6 pensieri riguardo “Recensione. La felicità si racconta sempre male

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...