Recensione. Fiore di roccia

Ilaria Tuti

Longanesi editore

Pagine 320

Prezzo 18,00 €

Per la prima volta nella storia del nostro popolo, le gerle che per secoli abbiamo usato per portare i nostri infanti, i corredi delle spose, il cibo che da` sostentamento, la legna che scalda corpi e cuori accolgono strumenti di morte: granate, munizioni, armi. Il peso aumenta, ma noi non ci lamentiamo. Il peso aumenta, ma nessuno ci chiede se sia troppo.

[…]

Mi sento sorridere. « Non conosco le rose. C’è invece un’espressione più felice che racconta la tenacia di questa stella alpina: noi la chiamiamo ’fiore di roccia’. » Il capitano Colman annuisce. «E` questo che siete. Fiori aggrappati con tenacia a questa montagna. Aggrappati al bisogno, sospetto, di tenerci in vita. » 8

Sinossi ufficiale

«Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche chi è rimasto nei villaggi, mille metri più in basso. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle. Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame. Questa guerra mi ha tolto tutto, lasciandomi solo la paura. Mi ha tolto il tempo di prendermi cura di mio padre malato, il tempo di leggere i libri che riempiono la mia casa. Mi ha tolto il futuro, soffocandomi in un presente di povertà e terrore. Ma lassù hanno bisogno di me, di noi, e noi rispondiamo alla chiamata. Alcune sono ancora bambine, altre già anziane, ma insieme, ogni mattina, corriamo ai magazzini militari a valle. Riempiamo le nostre gerle fino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione. Risaliamo per ore, nella neve che arriva fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte. Il nemico, con i suoi cecchini – diavoli bianchi, li chiamano – ci tiene sotto tiro. Ma noi cantiamo e preghiamo, mentre ci arrampichiamo con gli scarpetz ai piedi. Ci aggrappiamo agli speroni con tutte le nostre forze, proprio come fanno le stelle alpine, i «fiori di roccia». Ho visto il coraggio di un capitano costretto a prendere le decisioni più difficili. Ho conosciuto l’eroismo di un medico che, senza sosta, fa quel che può per salvare vite. I soldati ci hanno dato un nome, come se fossimo un vero corpo militare: siamo Portatrici, ma ciò che trasportiamo non è soltanto vita. Dall’inferno del fronte alpino noi scendiamo con le gerle svuotate e le mani strette alle barelle che ospitano i feriti da curare, o i morti che noi stesse dovremo seppellire. Ma oggi ho incontrato il nemico. Per la prima volta, ho visto la guerra attraverso gli occhi di un diavolo bianco. E ora so che niente può più essere come prima.»

Recensione

Questo è il terzo libro che leggo di Ilaria Tuti. Dal titolo, simile al primo, credevo fosse un thriller, magari un’altra storia con protagonista Teresa Battaglia e invece l’autrice si è cimentata con un racconto completamente diverso.

La storia delle Portatrici è straordinaria, donne che sono state dimenticate dalla pagine della storia ufficiale ma che con i loro sacrifici e il loro coraggio hanno portato armi, cibo e parole di conforto ai soldati al fronte durante la Grande Guerra. Sono donne nate già con un debito di fatica sulle spalle, dai corpi abituati a soffrire per il freddo o il caldo, per il duro lavoro nei campi, donne resistenti e dure come la natura che le circonda, forgiate dai pesi sostenuti e dalle prove affrontate.

La protagonista Agata e le sue compagne di avventurano tra burroni e valli profonde per essere di aiuto ai soldati, mariti, figli, padri , fratelli che hanno abbandonato le loro terre e le loro famiglie per andare a difendere il loro Paese. Sono donne consapevoli dell’importante compito che è stato affidato loro e anche della pericolosità che questo comporta, ma non si tirano indietro e vanno avanti, coraggiose e determinate.

Il racconto alterna capitoli narrati da Agata in prima persona e altri narrati in terza persona dove vediamo gli eventi attraverso gli occhi di un cecchino austriaco. Le loro storie in qualche modo si intrecciano (non rivelo nessun altro particolare per non rovinare il piacere della lettura) ed è meraviglioso vedere come due nemici riescano a trovare una forma di comunicazione, pur appartenendo a due popoli che stanno lottando l’uno contro l’altro in una guerra atroce e sanguinosa e sebbene parlino due lingue diverse ma in parte simili.

La protagonista è una ragazza rimasta da sola ad accudire il padre gravemente malato, che non sente di avere grandi prospettive per il futuro, sola, senza nessun uomo che la difenda, anche se in realtà non ne ha bisogno e sa badare perfettamente a se stessa, spaventata dalla guerra ma anche determinata a fare di tutto per aiutare i soldati che stanno combattendo fra i suoi monti.

Poi c’è colui che Agata chiama “il diavolo bianco”, il cecchino nemico, andato in missione da solo, rifugiatosi per giorni e giorni in una grotta, con l’istinto come unica guida.

Infine c’è il capitano Colman, che da burbero diventa più dolce nei confronti della protagonista, a tal lungo che i due diventano quasi amici e forse anche qualcosa di più, sono legati da un sentimento che sboccia delicato e fragile in uno scenario di dolore e sangue e nessuno dei due ha il coraggio di chiamarlo con il suo nome, amore.

L’altro grande protagonista del romanzo è il paesaggio, straordinario nella sua grandiosità e nella sua potenza, che fa sentire gli uomini come dei minuscoli esseri impotenti di fronte alla sua immensità e alla sua imprevedibilità.

Di nuovo Ilaria Tuti è riuscita a catturare il lettore con una storia coinvolgente ed estremamente interessante, soprattutto perché tocca una pagina della nostra storia che quasi nessuno conosce, tutto questo con una prosa armonica ed ampia, che incanta con un ritmo solenne e maestoso, simile alla vastità dello spazio in cui si svolgono le vicende narrate.

L’autrice

Libri di Ilaria Tuti

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Ha studiato Economia. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Nel 2014 ha vinto il Premio Gran Giallo Città di Cattolica. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Ha scritto anche: Ninfa dormiente (Longanesi, 2019) e Fiore di roccia(Longanesi, 2020).

Estratti

Ho avuto il tempo di contar la roccia, quasi, nelle schegge in cui l’eternital’ha franta, e di certo ho provato a definire tutte le infinite sfumature che la luce, l’ombra e Dio usano per tingerla. Non c’e grigio identico all’altro e anche il bianco calcareo ha le sue individuali declinazioni. In una tela minerale che molti immaginano monotona, riscopro inaspettati capricci di fiordaliso, carta da zucchero e bronzo. Il blu freddo della campanula e il celeste diafano della cicoria selvatica si mescolano alle luminescenze fredde dell’argento, quando un raggio di sole colpisce i sassi spaccati dalle frane. Sfiliamo attorno a massi grandi dieci volte piudi noi. Le nervature che corrono sul granito mi fanno pensare a vene sotto la pelle di un gigante, ai monoliti idolatri di cui ho letto nei libri di mio padre, teste gigantesche di re e guerrieri custodi di un’isola senza piu alberi. E` un regno inclinato che possiede un odore proprio, di cuore nudo della terra e acqua antica che stilla in gocce che mai rifletteranno il brillio del giorno nelle cavità più remote. È così che fin da bambina ho immaginato il profumo della luna.

Quaggiurammendiamo, ci impegniamo a tenere assieme la vita, per quanto possibile, mentre lassu viene fatta a pezzi. Cuciamo punti saldi, loro aprono corpi. Teniamo assieme lembi, mentre sul fronte qualcuno li strappa.

La tempesta si incuneava sibilando fin negli anfratti, era una sinfonia furibonda. Poteva riconoscere tutti gli strumenti perfettamente accordati della natura: gli archi fatti di rami, con i primi e secondi violini, i violoncelli e i contrabbassi, piu` carichi di fronde. In certi momenti di calma apparente emergevano i flauti traversi delle correnti che risalivano il canalone, ma il suono assumeva rapidamente i toni grevi dei corni e dell’oboe. E poi le percussioni, quando il vento s’infrangeva in raffiche contro le rocce.

8 pensieri riguardo “Recensione. Fiore di roccia

  1. Ho un po’ l’angoscia a leggere romanzi ambientati durante la guerra, nonostante tutto la sento ancora troppo vicina; ma questa autrice mi ispira molto, proverò a leggere prima gli altri due romanzi e se mi catturerà (come immagino dalla tua recensione) proverò a leggere anche questo.

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