Novità in libreria Adelphi

Formidabile personaggio Yasha Mazur, so­prannominato il Mago di Lublino: illusionista, saltimbanco, ipnotizzatore, capace di liberarsi da qualunque corda e di aprire qualunque serratura – ma anche minaccia­to dalla noia, malato di irrequietezza, sem­pre affamato di «nuovi trucchi e nuovi a­mori». E, come altre figure magistralmen­te tratteggiate da Singer, combattuto fra insaziabili appetiti carnali e nostalgia de­gli antichi riti della sua religione. Di don­ne, oltre alla moglie che lo aspetta pazien­temente nella casa di Lublino, Yasha ne ha almeno tre o quattro, e di una di loro, una vedova cattolica, è innamorato al punto di volersi convertire per sposarla (ma gli pia­ce parecchio anche la figlia: certo, ha solo quattordici anni, ma basta che cresca un po’…). Con lei vorrebbe partire per l’Ita­lia, che in questo scorcio del diciannovesi­mo secolo sembra potergli offrire tutte le opportunità che non avrà mai nel suo pae­se. E tuttavia non sa decidersi, i dubbi lo tormentano «come uno sciame di locu­ste». Finché un giorno non accadrà qualcosa – qualcosa di terribile – che indurrà il Mago di Lublino a intraprendere un cam­mino che non avrebbe mai immaginato di percorrere.

Secondo la visione comunemente accetta­ta della selezione naturale, perché un carattere si evolva è necessario che sia adatta­tivo, che aumenti cioè la probabilità di so­pravvivenza dell’individuo. Con uno scar­to audace rispetto all’ortodossia dominan­te, Richard Prum ipotizza invece in questo libro che alcuni tratti, soprattutto quelli coinvolti nel corteggiamento, siano frutto di scelte arbitrarie: una specie manifeste­rebbe una preferenza per un certo caratte­re giudicato bello, e in base a quella prefe­renza uno dei due sessi (in genere quello femminile) effettuerebbe la scelta del part­ner. La prole della coppia erediterebbe co­sì non solo il carattere ritenuto attraente, ma anche la preferenza. In effetti nell’Origine dell’uomo Darwin aveva delineato una visione puramente estetica della selezione sessuale: ma i tempi non erano maturi, e per i suoi colleghi dell’epoca vittoriana l’idea che le preferenze femminili – l’«im­morale capriccio femminile», come veni­va allora chiamato – potessero rappresen­tare una pressione selettiva determinan­te era inconcepibile. Centocinquanta an­ni dopo, con indiscutibile autorevolezza, Prum conferisce nuova vita alla teoria ri­voluzionaria di Darwin, ma si spinge oltre: spaziando tra biologia evolutiva, filosofia e sociologia, riscrive la teoria dell’evoluzio­ne (che si tratti dell’evoluzione delle pen­ne del pavone o di quella dell’orgasmo femminile), riscatta il ruolo della bellezza e del desiderio, e ci offre una nuova, affa­scinante storia naturale incentrata sull’ar­bitrio femminile e il senso del bello con­trapposti alla legge della lotta e al dominio del più forte.

Quando una sera di settembre arriva in uno sperdu­to borgo della Dordogna non lontano da Lascaux – mentre torbide piogge sferzano le finestre e la Gran­ de Beune scorre melmosa giù, alla base della falesia –, il narratore, giovane maestro fresco di nomina, subi­to sa di aver varcato una misteriosa linea di demarca­zione, e che per lui è iniziato un viaggio nel tempo, in «un passato indefinito» che suscita «un vago ter­rore». Glielo suggeriscono i pescatori e cacciatori che paiono usciti da antichi fabliaux, Hélène, la lo­candiera, «vecchia e massiccia come la Sibilla Cuma­na, come lei pensosa», e Yvonne, la tabaccaia, alta e bianca – «puro latte» –, abbondante e florida come le uri, corvina ma con gli occhi chiarissimi, che susci­ta in lui un lancinante, selvaggio desiderio. Il maestro la spia quando, regale come sempre, i tacchi alti che infilzano le foglie cadute, attraversa prati e boschi per raggiungere il suo amante, sogna di possederla, di sventrarla, tanto lussuria e ferocia primitiva si rive­lano d’improvviso intimamente legate. Non a caso il sopraggiungere di Yvonne può essere annunciato da un corteo di bambini incappucciati che inalberano nel gelo della campagna il trofeo di una volpe morta e vi danzano intorno, e seguito da oscene visioni. Per­ché se Yvonne è il desiderio stesso in tutta la sua im­mane potenza, la sessualità come cerimoniale scia­manico e sacra trance, il borgo di Calstenau è il visce­rame del mondo, l’incisione rupestre capace di ri­portarci ad antiche cosmogonie, all’animalità, al primitivo – all’immemorabile origine di tutto.

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