Recensione. Jäck Atto I: la città celata

Simon Schiele

Independently published

Pagine 311

Prezzo 14,98 €, eBook formato Kindle 2,99 €

Sinossi ufficiale

In un mondo fantastico macchiato da problemi fin troppo reali, due giovani guerrieri combattono per crearsi un futuro. Jack, la spada, incatenato a un sogno di vendetta, Night, l’arco, in cerca di una famiglia. La loro vita cambierà quando arriveranno ad Adzul, la città celata, un’oasi di pace e serenità che tuttavia nasconde un grande segreto. Lì incontreranno il leale Cabil, la bella Judith, il sovrano Reginald, la Meranice e ammireranno la magia del Campo Lunare: sarà il posto adatto a loro? Com’è legato il segreto della città al loro passato? Una favola adulta ricca di umanità, un dark fantasy italiano che ridefinisce i canoni del genere. Violenza, razzismo, abusi sulle donne. Amicizia, amore, fratellanza. Questo è Jäck atto I: la città celata.

Recensione

Ammetto che il genere fantasy non è il mio preferito ma ultimamente ne ho letti diversi, tra cui questo scritto da un giovane scrittore emergente che ammiro molto.

Il racconto ci porta in un mondo popolato da mercenari, onorevoli, cacciatori e re, personaggi forti e carismatici che attirano la nostra curiosità fin dalle prime pagine.

Su tutti spicca ovviamente Jäck, un ragazzo abile nei combattimenti, un ladro e un truffatore, impulsivo, impavido, che scalpita per raggiungere un obiettivo che è diventata la ragione della sua vita: la vendetta. Ma potrà quest’ultima sostituire ciò che ci è stato portato via? Può ridarci il tempo perduto, gli attimi fuggiti , le occasioni mancate ?

Il ragazzo era sui quindici anni, alto, robusto, dagli occhi scuri e dalle spesse sopracciglia nere. La sua pelle era chiara, sul suo viso non vi erano ancora accenni di barba, e indossava abiti neri come nero era il suo lungo cappotto di pregevole fattura.

[…]

Il suo nome era Jack Lightning, e davvero non ispirava alcuna fiducia. Nonostante la sua giovane età, il cipiglio, il portamento e soprattutto quegli occhi neri, penetranti come lame, avvertivano riguardo la sua natura. Un cane randagio abituato a tutto e insofferente a tutto, che non abbassava mai la guardia ed era pronto a mordere alla prima occasione.

A questo personaggio un po’ ombroso e a volte scostante fa da contrappunto Night, un ragazzino dolce ed altruista che ha scelto di diventare un cacciatore, un arciere per la precisione, e di vivere nei boschi, un essere ingenuo e semplice, ottimista, onesto e sempre disponile con gli altri, che crede nel culto del Grande Cielo e pensa che Jäck sia diventato cinico solo perché ha dovuto affrontare il mondo da solo, inoltre Night è stanco di continuare il suo cammino nel mondo senza avere qualcuno accanto.

Sembrava un bambino, più basso di lui e anche di corporatura più esile. Aveva una pelle lattea e incontaminata, dei capelli corvini tagliati corti e due grandi occhi verde smeraldo. Delle dita gentili e affusolate spuntavano dalle maniche di una casacca blu scuro decisamente troppo grande per lui. Sulle spalle aveva un arco e una faretra, anche quelle troppo grandi. Aveva un fare timido, ma un sorriso solare. Fin troppo solare, quasi ebete. Subito

Uno dei passi del romanzo che più mi ha affascinato è il dialogo fra Jäck e Night sulla fede. Mentre il secondo ogni sera dice le sue preghiere, l’altro è molto scettico perché ritiene che gli uomini non si assumono le loro responsabilità dal momento che attribuiscono ciò che succede ad un’entità superiore. Jäck è consapevole di compiere azioni moralmente sbagliate, ma è il mondo in cui vive che ce lo ha costretto.

Questa riflessione mi ha colpito: in effetti molti agiscono spinti dalle circostanze, ma anche in questo modo si scarica la propria coscienza su ciò che ci circonda, mentre io sono convinta che abbiamo sempre la possibilità di scegliere e il dovere di prenderci la responsabilità delle nostre azioni e delle loro conseguenze, su di noi e sugli altri, dal momento che non viviamo come degli eremiti su una montagna ma in mezzo ai nostri simili.

Un altro bel passaggio è l’arrivo alla città di Adzul, nel bel mezzo del bosco di Érten, in profondità, con le sue case perfettamente allineate con degli straordinari giardini pensili sui loro tetti, circondata da mura alte quattro o cinque volte l’altezza delle case. Jäck e Night sono accolti da una tribù in cui sono permesse delle violenze, ma solo quelle legate a delle cerimonie sacrificali.

Molto affascinante sono anche il re di Adzul, Reginald, profondamente diverso dai suoi sudditi dalla pelle olivastra, misterioso, manipolatore, e il suo servo Cabil che si affeziona a Night e gli da’ lezioni sulla lingua locale.

Le 300 pagine scorrono veloci tra descrizioni molto accurate e azioni veloci e rapide come la battaglia di Jäck e Night contro la Meranice, il tutto elaborato con un linguaggio chiaro e diretto, una prosa scorrevole e una trama avvincente che ci fa venire voglia di leggere il seguito.

L’autore

Simon Schiele è un giovane scrittore di Torino da poco affacciatosi sul panorama letterario nazionale. Ha pubblicato 3 romanzi, Anna (2018) #iide (2019) e La città celata (2020). Attualmente studia Sociologia e gestisce la pagina @officialschiele con cui si tiene in contatto con i suoi lettori

Estratti

La città pareva un’enorme scacchiera color granito. Abitazioni monofamiliari ad uno o due piani si affiancavano alle loro gemelle con precisione geometrica mentre strade in terra battuta tagliavano la distesa grigia ogni due case in verticale e ogni tre in orizzontale. Un’alta cinta di mura circondava la città nella sua interezza: era quattro o cinque volte l’altezza delle abitazioni e sembrava spessa almeno quanto due di esse. Oltre la cinta il terreno riprendeva a salire in tutte le direzioni e gli alberi con esso, sempre più in alto, fino a raggiungere la superficie. Chiunque da quella posizione avesse alzato il mento per osservare il cielo, l’avrebbe ammirato nella cornice verde smeraldo dei sempreverdi alberi di Érten. Il bosco, comunque, non era l’unica cosa verde nella città. Sulla cima di ogni abitazione, a continuarne idealmente la facciata, vi erano dei giardini: nessun tetto, solo terrapieni ricolmi di piante pendule, dei giardini pensili. I rampicanti scendevano pian piano lungo l’edificio, a volte toccando persino il suolo, mentre i ciliegi sovrastavano la pietra assieme a rovi carichi di more e lamponi. Sopra ad alcuni vi erano fiori d’ogni tipo, sopra ad altri piccole coltivazioni, altri ancora solo distese d’erba finemente curate. Qua e là, poi, spuntavano edifici più alti degli altri: l’arena, il tribunale, la scuola, la biblioteca, ognuno di essi in pietra, ognuno di essi monumentale. Erano realizzati con maggior cura rispetto alle abitazioni, tuttavia non avevano giardini pensili sulla loro cima. Lo stile era quello dell’Era Antica, non c’era dubbio, ricco di motivi tondeggianti e floreali, linee curve a non finire e attenzione spropositata per i dettagli: piccole raffinatezze si notavano sulle cornici come sulle finestre, doccioni al limite del realismo e incisioni stupefacenti, ma sempre senza togliere spazio alla struttura in sé. Salendo sopra le abitazioni, ogni edificio si evolveva a suo modo, dritto, eppure con elementi strutturali flessuosi e morbidi, squadrato, eppure ricco di particolari in rilievo, e vuoto, eppure pieno davanti ad un occhio attento. E poi c’era la roccaforte in cui lui e Night stavano in quel momento. Un pugno in un occhio. Fuori dal centro città, schiacciato contro la parete del muro est e isolato dal resto delle abitazioni, si ergeva quel maldestro tentativo di castello in cui erano imprigionati. Era snello e slanciato verso l’alto, superava in altezza sia l’arena sia le mura, ma la tecnica era grezza, gli elementi strutturali imperfetti ed era sostanzialmente privo di alcuna decorazione nelle vetrate come nelle guglie. Tentava di ricalcare lo stile del Continente del Nord, ma il risultato era un ammasso di pietra rozzo e infantile: pareva più la stamberga di un recluso che la dimora di un re, e probabilmente quello era. Che fossero stati rinchiusi così vicini al re, proprio nel torrione più alto, Jack non sapeva come interpretarlo, se fosse un buon segno o meno.

“Certo, Jack. Tu cerchi sempre il peggio nelle persone. Come a giustificare il modo in cui tu ti comporti con loro. Invece dovresti… Dovresti essere come me. Onesto, disponibile. Smettila di mentire e di scavalcare gli altri: ti potrà stupire quanto le persone apprezzino un buon comportamento.”

Perfetto. Sempre controllato. Sempre attento ad ogni gesto. Reginald appariva davvero come Jack l’aveva descritto e ora i due si fissavano in silenzio nel salone al pianterreno del castello. Era più alto di lui, lo guardava dall’alto in basso, e, sì, dire che era un gran bell’uomo non era un’esagerazione. Pelle lattea, occhi azzurro ghiaccio, capelli biondo grano pettinati all’indietro con cura e tratti morbidi ma virili. Le appena visibili sopracciglia erano curate e perennemente rilassate, la fronte era ampia e liscia, il naso, piccolo e diritto, non era mai arricciato: aveva una certa aura aristocratica nei suoi modi di fare, un fascino che esprimeva sicurezza, una padronanza di sé in ogni situazione che superava persino il suo bell’aspetto. A suo confronto Jack assomigliava ad una qualche specie di scarafaggio: piccolo, imbronciato, un po’ curvo, dalla fronte corrugata e i nervi tesi. Gli occhi del re lo scrutavano semichiusi e senza fretta. Gli occhi del ragazzo erano spianati nella sua direzione con le sopracciglia calate sopra di essi.

Il ragazzo si voltò di scatto verso l’amico, ansioso, quasi ansimante. “Tu non sai cosa vuol dire non avere un posto in questo mondo, non essere né carne né pesce, sentirsi indesiderato ovunque si vada e con qualsiasi persona si stia! E io sono stanco di questo! Ho trovato un posto che mi fa stare bene e io… Io non voglio lasciarlo!” Abbassò gli occhi a terra e respirò profondamente. “Le persone qui mi salutano e parlano con me. Là fuori non è così, là fuori è brutto. Sono tutti concentrati sui loro cinici obiettivi, non si fidano di nessuno e non si fanno scrupoli per raggiungerli. Io non voglio vivere in un mondo simile. So che è dura venire accettati in una comunità chiusa, ma ho pensato che imparando la vostra lingua, magari… Bé, non so cosa ho pensato. Magari non ho nessuna possibilità di far parte di Adzul: d’altronde non ci sono neanche nato!”

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