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Il buon nome e l’operosa rispettabilità di Andorra sono stati di recente messi a repentaglio da un certo numero di visitatori stranieri, primo fra tutti quello scrittore americano, Peter Cameron. Per riparare il danno vi offriamo qui una guida alla vera Andorra, redatta dai suoi cittadini più illustri e riccamente illustrata. Ed è motivo di orgoglio che a curarla abbia insistito per essere, in un apprezzato benché tardivo gesto di espiazione, proprio Peter Cameron.

Inghilterra, 1959. Dall’interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra comincia a esporre, con apparente distacco, il caso clinico più perturbante che abbia incontrato nella sua carriera – la passione letale fra Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra dell’ospedale, e Edgar Stark, un artista detenuto per un uxoricidio particolarmente efferato. È una vicenda cupa e tormentosa, che fin dalle prime righe esercita su di noi una malìa talmente forte da risultare quasi incomprensibile – finché lentamente non ne affiorano le ragioni nascoste.

«Emersi da una lettura che probabilmente avrà avuto poche interruzioni – senza ricorrere a sensazionalismi plateali, McGrath è un maestro nel­l’arte di non mollare la presa – ci si potrà domandare semmai in che categoria collocare questo libro avvincente … Libro in ogni caso di atmosfere e di inquietudini sotterranee, tali da creare un disagio che a molti non dispiacerà. Ricordate la Gwendolin di Oscar Wilde? “Che tensione intollerabile” osservava quella saggia giovinetta. E continuava: “Speriamo che duri».

Marina Cvetaeva ha fissato lo sguardo a lungo, tutta la vita, su una divinità terrorizzante: il tempo. E intanto il suo orecchio ascoltava: «Do ascolto a qualcosa che risuona in me in modo costante ma non uniforme, ora dandomi indicazioni, ora dandomi ordini. Quando indica – discuto, quando ingiunge – ubbidisco». Quel «qualcosa che risuona» era la parola della poesia. Il tempo terrorizza perché «corre sempre, corre solo perché corre, corre per correre», ma «non corre in nessun posto», se non nello «squarcio in cui confluisce tutto ciò che scorre». La parola poetica, che si pretende assoluta sin dai grandi romantici, è il paradosso di un imponderabile che permane intatto, preda di noi tutti, che «siamo i lupi dell’impenetrabile bosco dell’Eterno».
Su questa tensione ultima, che vibra un attimo prima di spezzarsi, Marina Cvetaeva ha costruito la sua opera. Il libro che qui si presenta raccoglie alcuni saggi, pubblicati in riviste varie fra il 1926 e il 1933, e mai prima riuniti in volume, che hanno proprio quella tensione come oggetto – e per ciò stesso toccano il segreto della Cvetaeva. Da Novalis a oggi, rare volte l’azzardo della poesia come assoluto ha trovato una formulazione così drastica, così elementare, così soverchiante. La Cvetaeva ascolta le voci, come Giovanna d’Arco, perché opera in lei l’eredità sciamanica della poesia. Ma al tempo stesso acuisce il fanatismo della forma, che è la nostra eredità moderna. In lei, un cuore profondamente arcaico ci trasmette «battiti che danno l’esatta pulsazione del secolo». Le sue parole ci giungono da quella Russia che «non è mai stata sulle carte geografiche della terra», il paese dell’Estremo, quello che incontriamo «all’estremo confine del visibile».

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