Recensione. Monteperdido

Augustín Martínez

Nero Rizzoli

Pagine 491

Prezzo 19,00 €

Sinossi ufficiale

Tra i versanti dei Pirenei aragonesi si nasconde un piccolo villaggio, Monteperdido, costruito per dare le spalle al mondo e agli estranei. D’inverno la vita pulsa silenziosa sotto la neve immobile, d’estate la luce del sole rimbalza sui ghiacciai colorando l’aria di un bianco irreale. Qui tutti si ricordano di Ana e Lucía, le due amiche di undici anni scomparse un pomeriggio di ottobre mentre tornavano a casa da scuola, cinque anni fa. Un giorno che ha segnato la comunità della vallata – un caso intorno al quale le indagini della Guardia Civil si erano mosse girando a vuoto – fino a oggi, quando una ragazzina ferita, con i vestiti strappati e il volto sepolto da una cascata di capelli, viene ritrovata sul luogo di un incidente, vicino a una macchina uscita di strada, viva: è Ana. La riapertura del caso è affidata alla giovane Sara Campos e al capo dell’Unità Centrale Operativa Santiago Baín, inviati dalla sede di Madrid, due esistenze solitarie, ma unite tra loro da un legame speciale. Adesso si trovano obbligati a collaborare con la polizia locale, in quel piccolo mondo montano stretto fra silenzi e risentimenti, per trovare in fretta la seconda ragazzina; mentre intorno a loro la fitta rete di incongruenze e chiaroscuri si addensa, emergono le maglie in cui gli abitanti di questo villaggio silente e sordo hanno ricavato un posto per sé e per il proprio pezzetto di ambigua verità.

Recensione

Quando al centro delle storie ci sono delle ragazzine la lettura mi mette sempre molto angoscia e questo libro non ha fatto eccezione.

La storia narrata da Martínez è molto coinvolgente e il ritmo è serrato e teso. La tragedia delle due famiglie è straziante: perché torna solo una delle due ragazzine scomparse? Che fine ha fatto l’altra? Come può esserci qualcuno nella piccola comunità montana talmente crudele da aver fatto una a simile ad Ana e Lucía? Il padre di Ana era veramente innocente?

Mi sono chiesta che cosa avrei provato se fosse successo a me e sono rimasta sconvolta. Il dolore per la perdita di un figlio deve essere devastante, non può essere compreso finché non lo si prova ed è un’esperienza che non si augura a nessuno.

Mi ha colpito molto la figura delle detective Sara e della sua storia personale, del suo passato che affiora lentamente nella narrazione dell’indagine. È una donna che ha superato un dolore immenso per il rifiuto della sua famiglia e che ha trovato un padre nel suo collega poliziotto. È una persona che cerca di penetrare nei segreti di una comunità chiusa e diffidente per trovare il colpevole di un atto così abominevole come il rapimento di due undicenni.

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