Recensione. Gemelle imperfette

Affinity Konar

Longanesi editore

Pagine 360

Prezzo 16,90 €

Sinossi ufficiale

Stasha e Pearl Zamorski arrivano ad Auschwitz nel 1944, insieme alla madre e al nonno. In quel nuovo, oscuro mondo le due gemelle si rifugiano nella reciproca vicinanza, proteggendosi grazie a un particolare linguaggio in codice e a giochi risalenti alla loro infanzia. Inserite nel gruppo di gemelli noto come lo Zoo di Mengele, le ragazze fanno esperienza di privilegi e orrori sconosciuti agli altri. Si trovano così cambiate, private della natura comune che le univa, le loro identità alterate dal peso della colpa e del dolore. Quell’inverno, durante un concerto organizzato da Mengele, Pearl scompare. Stasha, disorientata e afflitta, continua a sperare che sia ancora viva. Quando l’Armata Rossa è ormai vicina, Stasha e il suo amico Feliks, un ragazzo in cerca di vendetta per il fratello morto, intraprendono un viaggio attraverso una Polonia distrutta. Saldi nel loro intento nonostante la fame e le ferite nel corpo e nell’anima e il caos che li circonda, inseguono la speranza che Mengele possa essere catturato. Mentre i due ragazzi scoprono cosa è accaduto all’esterno durante la prigionia, dovranno anche cercare il proprio posto in un mondo a loro ormai sconosciuto.

Recensione

Gli orrori della Shoah non sono sufficientemente scolpiti nella memoria dell’uomo se ancor oggi nel mondo ci sono ancora guerre e persecuzioni ed è bene ricordarle anche attraverso un romanzo come questo.

Le due sorelle sono quanto di più diverso ci sia al mondo: Stasha è bugiarda, chiacchierona, solare, l’altra più taciturna, piena di talento. Arrivate ad Auschwitz vengono studiare dal Dottor Mendele, affascinato dai gemelli e dalla loro capacità di sopravvivere anche senza l’altra metà del loro mondo. Nello Zoo, che è la parte del lager inn cui i gemelli sono tenuti e studiati, vengono sottoposti ad un regime sicuramente meno feroce rispetto agli altri prigionieri, ma sono ugualmente umiliati, torturati fisicamente e psicologicamente, trattati come cavie da laboratorio e non come esseri umani per poi essere abbandonati a se stessi quando arriva l’esercito russo.

Levi li avrebbe definiti “salvati” che hanno avuto la fortuna di emergere e di vivere più a lungo di altri , se possiamo definire “vita” la loro, non per i propri meriti ma perché il destino li ha creati uguali e ha attirato su di loro la perversa e malata attenzione di un mostro come Mendele.

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