Recensione. 7

Montel

GM libri

Pagine 437

Prezzo 18,00 €, eBook formato Kindleunlimited gratuito

Sinossi ufficiale

Fra Perugia e Roma, in un tempo sospeso che è un “eterno presente”, vive la donna conosciuta come 7, osservata fra i 13 e i 26 anni: prima bambina viziata e minacciosa, quindi creatura furibonda e rapace. La storia ha inizio con il suicidio di un vecchio caduto in miseria che squarcia i rapporti fra eredi superstiti. Ma è solo l’inizio. A che punto siamo nella scala di valore di chi ci ama? E quanto vale una donna, fra i beni spendibili? Un’aristocrazia quasi spodestata che cerca di conservare il suo codice violentissimo; la scoperta del corpo come astuzia sociale, strumento di ricatto e libertà. 7, femmina e femminista ante-litteram, rifiuta di assoggettarsi alle regole dei suoi genitori e questo fa di lei un capo di bestiame da abbattere. Incontrerà molte persone, tutte diverse fra loro e variamente interessate al suo futuro e a ciò che resta dei suoi averi. L’avventura di una donna, all’inizio dell’Avventura delle Donne, quando non esisteva #MeToo, ma l’anima aveva già un valore.

Recensione

7 è un mito: bambina all’inizio del 900, diventa una donna stupenda e indipendente, impudente e sfrontata.

Cresciuta a fatica in una famiglia dove chiamarla con il suo vero nome è un evento, impara presto a farsi largo da sola nella vita.

Ho tredici anni, ma fatalmente sono loro a possedere me.

Mater mi ama con fastidio, perché non le somiglio granché e per lei rappresento un’incognita rischiosa. Pater dice che sono una testarda e che questo, in una femmina, è peggio di quasi tutto il resto. Ho smesso di fidarmi di entrambi tempo fa: non conviene stringere legami di tenerezza con chi nota ogni tuo difetto e lo usa per farti sentire stupida o inutile.

Attraverso le sue parole e le riflessioni del nonno-Vecchio appena morto, impariamo a conoscere la personalità di questa ragazzina molto particolare che non ha una grande opinione dei genitori, che chiama Pater e Mater, adora il nonno e la sua forza d’animo, è cinica e disincantata, dispregiatrice delle femmine e alla ricerca del piacere procurato dai maschi, egoista e tutta concentrata su se stessa, per questo probabilmente destinata a rimanere da sola. Sente di essere odiata da tutti e questo la motiva ancora di più a prendersi cura di se stessa e si crea una corazza che la difende dal mondo, ma che non riesce a mascherare completamente la sua fragilità e il suo bisogno d’amore.

Infatti nonostante Mariandra/7/Mari’/Tesoro si professi per niente interessata al matrimonio, anche lei sente prepotente il desiderio di avere qualcuno vicino a se’ e, come capita spesso alle ragazze, la sua scelta ricade sulla persona più improbabile e inaffidabile dell’ambiente aristocratico che frequenta: Vanuel un ragazzo fatuo, che la stessa 7 considera vuoto ma ciò nonostante lo desidera ardentemente e soffre per il fatto che questo suo amore non sia corrisposto.

La prosa di Montel ci travolge, ci avvolge, ci ammalia con un fiume in piena di parole, riflessioni, dubbi, sfoghi e recriminazioni. È un libro che incanta per la profondità con cui è stata sviscerata la protagonista, per il suo carattere forte e determinato, la sua fierezza e la sua forza.

Un libro che consiglio vivamente.

Estratti

«Avere a che fare con gli altri è un rischio, sai?, ma tocca per forza. Insomma, Fabrizio, bisogna proprio sporcarsi le mani. Non puoi pretendere di capirla, tua figlia, se non guardi la vita coi suoi occhi.»

Il Vecchio non parla con Pater, al limite lo investe coi suoi sermoni incomprensibili.

«Insomma, sennò la giostra si ferma.

Le figlie femmine non sono cosa da tutti, sai? Perché loro, le femmine, vanno tenute a briglia ma anche curate a dovere: senza di loro sarebbe la fine; mi spiego?

Tu non hai il dono di maneggiare le femmine, Fabrizio; non è colpa tua, sai?, non ce l’hai nel sangue.

Prima o poi accadrà: si rivolteranno, le femmine, ma non ora, non qui, non subito.

Mariandra, se non m’inganno, ci farà ballare la sua musica, e presto! La sa lunga, lei – credi a me, Fabrizio, che le donne le conosco –: non ha il carattere della fattrice, tua figlia, né quello della suora, e di certo non si accontenterà di un uomo senza coglioni.

“Sarò grande e io pure dirò oscenità come Pater, ma molto peggiori, e mio marito non batterà ciglio” pensava 7, prima di oggi. Ora non le interessa più; forse non lo vuole nemmeno più un marito vero, né un matrimonio: essere lo strumento di qualcuno la indispettisce da sempre e ora ha capito, seppure senza averlo accettato, che usiamo le donne per il nostro piacere e per fabbricare i figli e che la nostra superiorità è fittizia, legata solo alla reputazione e alla forza delle braccia, alla memoria degli schiaffoni, e alla minaccia degli stupri.
Chissà perché le femmine si fanno trattare così, mi chiedo. Ma certo!, possibile abbia impiegato tanto a capirlo!? Sono di qua ormai da ore e solo adesso mi pongo le domande più utili. Chissà perché le femmine non prendono il potere, o la metà del potere, se non altro? Basterebbe così poco, a pensarci: basterebbe che lo decidessero: basterebbe che si mettessero d’accordo tutte insieme, nello stesso momento, proprio alla maniera in cui noi chiamiamo alle armi i giovani maschi per far combattere loro le battaglie decise da noialtri nei salotti del nostro potere; basterebbe che si negassero a noi, come Lisistrata l’assennata, o che uccidessero tutti i cuccioli nati da loro con la violenza: terribile, certo, ma sarebbe sufficiente che ciò avvenisse qualche centinaio di volte, non di più; anzi no: basterebbe che usassero il potere dei primi anni di cura dei figli per insegnare ai maschi a rispettarle e alle femmine a esigere il rispetto; basterebbe che volessero essere libere come noi di vivere e fottere.

[…] le femmine sono pigre e simulatrici quanto i maschi, e altrettanto insipide ma, giacché non pensano ad altro che a diventare attraenti come manze al mercato, sono molto meno amabili, tant’è che preferisco inseguire i giovanotti e non curarmi delle donne perché loro, i ragazzi, i cuccioli della nostra razza, presi come sono a diventare l’eroe-della-storia sono, ai miei occhi, sempre e comunque bellissimi. Non volto mai le spalle alle femmine, invece, giacché non dubito che ogni ombra, sulla ribalta, nasconda una sgualdrina che in mia assenza mi taglierà le battute – o la gola – per rubarmi spazio o prendersi i miei meriti.

Pater: lui vuole tutto per sé, ed è lacerato dal desiderio di mostrarsi all’altezza; e tuttavia il mio consenso non gli interessa. Ho tredici anni ma non sono mica scema: è un eunuco, lo vedo a occhio nudo, ma ciò nondimeno gli interessa sedurre solo femmine adulte. E lo amo. Lo amo, certo, perché non avrò altro padre al di fuori di lui, e in lui e con lui si consuma la prima fiamma del mio cuore di individuo buttato nella mischia del mondo.

Mater: lei sa che lui vuole solo denaro e potere del suocero e, ora che tutto va scomparendo, teme che non la vorrà più con sé; inventa altra ricchezza, vagheggia di tesori nascosti, non vuole perderlo: il suo potere su di lui è la sola cosa che possiede, per quanto ne sa; è stata una figlia ignorata e lui è il riscatto di ogni disattenzione subita. Più del denaro, lei vuole Pater in suo potere. E la amo, certo che la amo: lei per me è bella, bellissima, e lo so che non dovrei sdrucciolare in quell’inganno, ma la sua bellezza mi fa indulgere in ammirazione.

Devo a ogni costo diventare bella io pure, e smagrire di cosce e crescere alta come zia Mariana, perché solo se fossi scervellata non mi accorgerei di quanto sia facile comandare, quando gli ordini zampillino da una boccuccia che piace. La bellezza, o nel mio caso la presunzione di poter piacere per la mia piccola ma decisa grazia, è la sola ricchezza che mi sia rimasta, ahimè, e so di averne pochissima. I quattrini funzionano bene, sì, ma la bellezza è moneta sonante con ogni genere d’uomo e di donna: chi non ne abbia mai avuta di sua vuole disporre di quella altrui per farsene scudo contro l’arroganza degli uomini crudeli e chi ne sia già provvisto in prima persona pretende di dare lustro alla propria mostrando al mondo di averne meritata altra, in avanzo, quasi che Dio voglia premiarlo d’esistere.

Questa manfrina del sesso, a pensarci bene, è meccanica di emozioni e volumi che si avvicendano: là dove solitamente c’è pensiero, va a inculcarsi carne, spingendolo via, lontanissimo, o solo più in fondo, forse, in un luogo senza luce né uscite sul retro.

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