Recensione. Le notti bianche

Fedor Dostoevskij

Tascabili economici Newton

Pagine 89

Quanto più siamo infelici, tanto più profondamente sentiamo l’infelicita’ degli altri; il sentimento non si frantuma, ma si concentra.

È da un po’ che non leggo un classico. Ho partecipato ad un GDL natalizio con il quale abbiamo scelto di leggere questo breve racconto di un grande della letteratura russa: Le notti bianche.

Sinossi ufficiale da Wikipedia

Un sognatore, nella magia vagamente inquieta delle nordiche notti bianche, isolato dalla realtà e da qualsiasi rapporto di amicizia, durante una sua passeggiata notturna incontra, sul lungofiume , una ragazza che risveglia in lui il sentimento dell’amore: comincia così la sua “educazione sentimentale”. Lei si chiama Nasten’ka, è una diciassettenne e viene subito colpita dal carattere timido e impacciato di lui, tanto che si incontrano di nuovo la notte dopo. Il romanzo si svolge in quattro notti, durante le quali i due si aprono l’uno all’altra. Il protagonista rivela tutto il suo distacco dalla realtà, e il suo mondo di fantasie, tetro e illusorio, mentre lei si sfoga sulla sua vita privata. La ragazza racconta che vive sotto il controllo di una vecchia nonna cieca che arriva persino ad appuntare il proprio vestito a quello della ragazza con uno spillo, e che sta aspettando, da un anno ormai, il suo amore perduto, un inquilino della nonna che, dopo la sua rivelazione d’amore, le aveva chiesto un anno di attesa, data la povertà di lui, senza però prometterle nulla. Passato l’anno, Nasten’ka invia una lettera al coinquilino e fissa un incontro per la notte, che non avverrà. Quindi decide di dimenticarlo, seppur con scarsi risultati, e anche in lei pare esser nato lo stesso sentimento che prova il sognatore. Tutto finisce quando l’uomo, che non l’aveva dimenticata, giunge all’appuntamento la quarta notte, ricomparendo nella vita della ragazza. Allora il protagonista capisce che è tutto inutile e riscivola nella sua tana, nella solitudine dei sogni.

Recensione

Ho letto Delitto e castigo ai tempi dell’università ed era molto che non affrontiamo un classico dell’800.

Questo breve testo mi ha catapultato in un mondo perduto: una San Pietroburgo onirica, vissuta di notte, eterea, misteriosa, animata solo da due personaggi che agli occhi di un lettore moderno potrebbero sembrare poco credibili.

Il protagonista è un giovane scrittore che racconta in prima persona quello che gli capita durante quattro notti, durante le quali incontra una giovane donna della quale si è perdutamente innamorato fin dalla prima volta che l’ha vista. I due sono dei soggetti molto particolari: lui è un inguaribile sognatore, un solitario, sembra quasi un misantropo che fugge il contatto con gli altri. È come se non riuscisse a stabilire un rapporto con gli altri, come se non sapere quali sono le regole più elementari per entrare in contatto con i suoi simili. Cammina per strada, osserva tutti, alcuni li conosce solamente di vista perché li incontra tutti i giorni, ma non ha un solo amico con cui condividere la propria vita, i propri sogni, le proprie angosce. Vaga per la città deserta inseguendo i suoi sogni per poi tornare bruscamente alla realtà. Non ha mai avuto una donna, si potrebbe dire però che è innamorato dell’amore, desidera ardentemente innamorarsi di qualcuno, di una donna ideale che ha preso forma nella sua mente ma che non ha mai incontrato e che sta aspettando.

Nasten’ka è una ragazza semplice che si innamora del suo inquilino e lo aspetta disperatamente dopo che lui se ne è andato da Pietroburgo, promettendo di tornare da lei appena aver rimesso piede in città. Disperata però si affeziona anche al protagonista e sembra che per entrambi ci potrà essere un lieto fine.

Al di là del rapporto che nasce tra i due, mi hanno particolarmente interessato le riflessioni sul sogno, in particolare sul fatto che il protagonista non riesce a distinguere quasi i sogni dalla realtà e continua a sognare anche quando è sveglio.

Il sognatore non è un uomo ma una specie di essere neutro. Si stabilisce prevalentemente in un angolino inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno, e ogni volta che si addentra nel suo angolino, vi aderisce come la chiocciola al guscio, e diventa simile a quell’animale divertente chiamato tartaruga, che è nello stesso tempo un animale e una casa.

[…] Passeranno ancora altri anni, a loro seguirà una triste solitudine, arriverà la vecchiaia barcollante sulle grucce e poi l’angoscia e la tristezza. Impallidirà il tuo mondo fantastico, svaniranno, appassiranno i tuoi sogni, e cadranno come le foglie gialle dagli alberi.

Anche la solitudine in cui vive il protagonista mi ha suggerito un altro spunto di riflessione: oggi come allora l’uomo vive isolato, in mezzo ai suoi simili ma profondamente separato da loro, estraneo a se stesso e agli altri.

Un libriccino molto scorrevole e profondo che consiglio vivamente di leggere per chi non lo avesse ancora fatto.

L’autore

Figlio di un medico, un aristocratico decaduto stravagante e dispotico, crebbe in un ambiente devoto e autoritario. Nel 1837 gli morì la madre, da tempo malata, e D. venne iscritto alla scuola del genio militare di Pietroburgo, istituto che frequentò controvoglia, essendo i suoi interessi già risolutamente indirizzati verso la letteratura (risalgono a quegli anni le sue prime letture importanti: Schiller, Balzac, Hugo, Hoffmann). Diplomatosi nel 1843, rinunciò alla carriera che il titolo gli apriva e, lottando con l’indigenza e con i disagi di una salute cagionevole, cominciò a scrivere: il suo primo libro, il romanzo Povera gente (1846), che ebbe gli elogi di critici come Belinskij e Nekrasov, rivela già l’attenzione pietosa di D. per la sofferenza dell’uomo socialmente degradato e insieme incompreso nella sua bontà. Nello stesso anno uscì il suo secondo romanzo, Il sosia, storia di uno sdoppiamento psichico per il quale il protagonista viene progressivamente travolto nell’incubo di un altro se stesso. Due anni dopo venne dato alle stampe Le notti bianche(1848), racconto insieme sentimentale e allucinato il cui personaggio principale è un giovane sognatore che si innamora di una fanciulla incontrata per caso. Nel 1849, per aver aderito a un circolo di intellettuali socialisti, D. venne condannato a morte con gli altri membri del gruppo; ma il giorno stesso dell’esecuzione giunse la «grazia» dello zar (si trattava infatti di un’atroce messinscena punitiva) e la condanna fu commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Quello che seguì fu per D. un periodo durissimo (cominciò tra l’altro a manifestarsi in lui l’epilessia) e lo scrittore lo rievocò con estrema intensità in un libro pubblicato qualche tempo dopo: Memorie da una casa di morti (1861-62). Altri quattro anni D. dovette trascorrere, arruolato come soldato semplice, a Semipalatinsk, prima di poter tornare (1858) a Pietroburgo. Nel 1857 si era sposato con una giovane donna, vedova con un figlio; nel 1859 videro la luce due altri suoi romanzi, Il villaggio di Stepancikovo e Il sogno dello zio, opere in cui si intrecciano umorismo grottesco e critica di costume. Nel 1861 D. cominciò la propria attività giornalistica (collaborando anzitutto alla rivista del fratello Michail «Il Tempo», presto soppressa dalle autorità) e nel 1862 pubblicò il romanzo Umiliati e offesi, sofferta indagine sulle virtualità dell’anima umana, così spesso soffocate o tradite. Nel 1864 gli morirono moglie e figlio. Nello stesso anno, sommerso dai debiti, fondò il periodico «Epoca», che ebbe però vita sfortunata e breve; nel 1865 diede alle stampe Memorie dal sottosuolo*, storia della fallita redenzione di una prostituta e tormentosa disamina dell’inconscio e dell’insufficienza dell’intelletto a penetrare (e giustificare) se stessi e il prossimo. Nel 1866 apparve Delitto e castigo, che si chiude col pentimento e l’espiazione del protagonista, accortosi della disumanità della propria astratta morale di «individuo superiore». Nel 1867 D. sposò la propria stenografa, Anna Snitkina e pubblicò Il giocatore, un romanzo parzialmente autobiografico il cui «eroe» è un uomo travolto dalla passione della roulette; poi, perseguitato dai creditori, lasciò con la moglie la Russia, viaggiando in Germania, Francia, Svizzera, Italia. Visse all’estero circa cinque anni e in quel periodo scrisse L’idiota (pubblicato nel 1868-69), storia della sconfitta di un uomo «assolutamente buono». Tornato in Russia, pubblicò nel 1873 I demoni, un romanzo centrato sulla problematica del nichilismo, dell’atto gratuito e dell’assenza di Dio. Nello stesso 1873 D. iniziò, sul periodico reazionario «Il Cittadino», la pubblicazione del Diario di uno scrittore, che poi, a partire dal 1876 e fino al 1881, apparve come rivista a sé stante. Questo Diario includeva oltre che articoli di critica letteraria, di morale, di polemica sociale ecc., anche dei racconti, tra i quali meritano particolare menzione Il fanciullo presso Gesù (1876) e La mite(1877). Nel 1875 apparve L’adolescente, ritratto di un giovane che vince la propria solitudine e il proprio astio nei confronti del prossimo abbracciando gli ideali di un mistico populismo cristiano. Nel 1879-80 vide la luce l’ultimo romanzo di D., I fratelli Karamazov, in cui si contrappongono l’odio tra padre e figli e la purezza e la fede di una creatura innocente. Lo scrittore era ormai famoso quando, repentinamente, fu colto dalla morte.

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