Recensione. La scuola della carne

Yukio Mishima

Universale Economica Feltrinelli

Pagine 238

Prezzo 9,50 €

Negli uomini e nelle donne, la virilità o la femminilità della carne dovrebbe scaturire dalla sensualità che sprigionano, dal bagliore delle loro esistenza. E non ha niente a che vedere con l’ostentata vanità maschile fondata su un funzionalismo limitato. Un uomo tutto d’un pezzo rimane tale qualsiasi cosa faccia: lo è per il solo fatto di esserci, di esistere.

Da un anno circa faccio parte di un GDL organizzato nel paese in cui abito e gestito da una fantastica libraia che ci propone sempre titoli molto interessanti, come questo di Yukio Mishima.

Sinossi ufficiale

“‘Smettila, Taeko, finirai per sporcare i guanti con il rossetto!’ ‘È più erotico così, non trovi?’” Taeko, elegante e avvenente trentanovenne, conduce una vita agiata e godereccia, destreggiandosi fra l’atelier di cui è proprietaria, le amiche con cui condivide racconti piccanti e gli eventi mondani. Stereotipo della divorziata indipendente dell’alta società nipponica del dopoguerra, dove il desiderio di occidentalizzazione si contrappone ad antiche tradizioni e pregiudizi, Taeko non vuole rinunciare al proprio stile di vita né alla libertà. Poi, una sera, incontra il giovane Senkichi in un gay bar e l’attrazione è fatale. Una magia che scaturisce dalla carne fresca e virile del ragazzo, dai suoi muscoli tesi, dai lineamenti fieri del viso. La vita di Taeko cambia in un batter d’occhio: proprio lei che aveva sempre voluto solo avventure si ritrova irrimediabilmente in balìa di un giovane tanto bello quanto misterioso. Ne scaturisce un gioco perfido e ossessivo. Ma chi è davvero la vittima? Chi il carnefice? Mishima mette in scena il mercato dei sentimenti. Può la passione essere una merce tanto preziosa da annebbiare anche la più lucida delle menti? E quando ci innamoriamo, come facciamo a capire di non essere soltanto caduti nell’ingannevole trappola dei sensi? Non resta che frequentare quella “scuola della carne” che è la vita. Lo scandaloso inedito di Mishima, base del film di Benoît Jacquot del 1998, con Isabelle Huppert nel ruolo della protagonista.

Recensione

Tutti i libri giapponesi che leggo mi mettono addosso una grande malinconia, a volte addirittura infinita tristezza. Inoltre i nostri mondi sono così lontani, non solo geograficamente ma anche culturalmente, e quindi le storie che vengono raccontate mi sconvolgono sempre un po’, perché trattano gli argomenti da un punto di vista completamente diverso da quello del mondo occidentale.

La protagonista del libro di Mishima, Taeko, sinceramente mi ha fatto molta pena, perché è la tipica signora non più giovanissima, divorziata, benestante e raffinata che si innamora di un povero barista molto più giovane di lei, Senkichi, un po’ ignorante, rozzo, anche volgare e pensa che questo sia un amore che possa durare a lungo. Tutta la storia è raccontata attraverso il punto di vista di Taeko che si sente sempre inquieta e in bilico perché teme che da un momento all’altro Senkichi possa abbandonarla. Anche se è lei che lo mantiene economicamente, che è superiore a lui culturalmente e che lo spinge a tornare all’università per costruirsi un futuro, la donna si sente inferiore, in balia dei desideri imprevedibili del ragazzo e teme che prima o poi lui incontri qualcuno molto più giovane di lei e che la lasci. A tratti Taeko è anche patetica, perché pur di non perdere il suo amante finge di essere disposta ad avere con lui un rapporto libero tipico di una coppia aperta.

La storia in fondo è abbastanza prevedibile e scontata ma è il modo in cui Mishima la narra che cattura e soggioga: il suo è uno stile caldo, avvolgente, che dipinge atmosfere eleganti e malinconiche, che ci fa scendere nel profondo di questa donna tormentata, che ha tutto ma è sola. Nonostante si incontri periodicamente con due sue amiche con le quali si confronta e si scambia confidenze, tra di loro sembra esserci rivalità e diffidenza e non un’amicizia vera e profonda.

È un libro che mi ha rattristato molto e mi ha lasciato un senso di amarezza e dolore, ma senza dubbio è stata una bella lettura.

L’autore

Pseudonimo di Hiraoka Kimitake. Scrittore giapponese, autore di romanzi centrati sulla dicotomia fra i valori della tradizione e l’aridità spirituale del mondo contemporaneo. La sua prima opera, Confessioni di una maschera (1949), parzialmente autobiografica, gli diede subito fama e successo. La popolarità andò ulteriormente consolidandosi con La voce delle onde (1954), Il padiglione d’oro (1956) e Il sapore della gloria(1963). In seguito, con la tetralogia Il mare della fertilità (1965-1971) Mishima affermò il valore della cultura del Giappone imperiale, criticando gli esiti del processo di modernizzazione del paese. Temi ricorrenti della sua produzione sono il mito della forza e dell’eroismo, l’erotismo, il legame inscindibile fra sensualità e violenza, tra bellezza e morte. Nella vita, Mishima volle incarnare questi ideali: nazionalista e conservatore, fondò la setta militare Tatenokai (Società dello scudo), basata sull’esaltazione della cultura fisica e delle arti marziali e pose fine ai suoi giorni con un clamoroso harakiri, ultima protesta contro la perdita di valori del Giappone moderno. Alla sua figura e alla sua opera è dedicato il film Mishima(1985) di Paul Schrader.

Estratti

Sia per un uomo sia per una donna, “essere amati” era ben diverso da “amare”. Consapevolezza, questa, a cui Taeko arrivò solo dopo aver conosciuto Senkichi. Erano sentimenti che appartenevano a universi diametralmente opposti e Taeko, fino a quel momento, non si era mai scontrata con una verità tanto terrificante sugli esseri umani. Insondabile è la gioia impetuosa che, chi è amato, avverte nel profanare se stesso; mentre chi ama, è condannato a seguire l’altro in una perpetua discesa verso le profondità dell’inferno.

“Se ti piacciono tanto i giovanotti, dovresti frequentare i campus delle basi americane.”
“I giovani americani sono arroganti, egocentrici e appiccicosi. No, grazie! Ah, se il Giappone fosse stato invaso dai militari italiani, allora sì che sarebbe stato bello!”

Per un uomo, l’alcol che beve per una delusione amorosa è una medicina. Lo fa per dimenticare se stesso, non lo gusta neanche. Invece, per la donna è alcol a tutti gli effetti. Cercano un pò di speranza, ed è uno spettacolo pietoso.

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