Giovedì con i classici. Se questo è un uomo

Primo Levi

Edizione CDE S.P.A.

Pagine 203

Benvenuti all’appuntamento settimanale con i classici.

Oggi è la volta di un testo fondamentale sulla Shoah, Se questo è un uomo di Primo Levi.

Trama

Primo Levi racconta la sua deportazione e la sua permanenza nel campo di concentramento di Auschwitz durante la seconda guerra mondiale.

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Il libro si apre con questa poesia che vuole essere un monito per coloro che se ne stanno comodi e al caldo nelle loro case e che non hanno conosciuto la tragedia dell’olocausto.

I capitoli poi si susseguono fondamentalmente in ordine cronologico, anche se con qualche eccezione: Il viaggio, Sul fondo, Iniziazione fino ad arrivare a Storia di dieci giorni sulla liberazione del campo.

Nel libro incontriamo termini che ci portano in un mondo parallelo: Block («blocco» o «baracca») che indica le unità abitative dove alloggiavano i deportati, in condizioni disumane; Blocksperre («clausura in baracca»): un ordine che imponeva a tutti i prigionieri di rientrare nei loro blocchi; Häftling («prigioniero»): termine che definiva l’internato o prigioniero. Ad esempio, Primo Levi era Häftling numero 174.517; Kapo termine che indicava un detenuto che ricopriva una carica all’interno del campo e che spesso esercitava il comando su altri prigionieri; Muselman che indicava un prigioniero sfinito dal lavoro e dalla fame, senza più alcuna volontà di sopravvivenza, destinato alla selezione e quindi alla morte.

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione profetica, la realtà  ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo.

Arrivati a questo punto non è facile risalire, perché le leggi del campo di concentramento servono ad annientare l’uomo, a toglierli qualsiasi dignità e persa quella non resta altro.

Degno di nota è il passo in cui Levi spiega la differenza tra i sommersi e i salvati: i primi sono i prigionieri che appena arrivano al campo iniziano a lamentarsi, ad isolarsi, non imparano la lingua, tutti li evitano e sono destinati a scomparire presto, gli altri invece cercano di emergere, di distinguere, di farsi notare in mezzo ad una mare di facce tutte uguali, smunte, derelitte e sono destinati a salvarsi.

Straordinario è il racconto della lezione sul XXVI canto della Divina Commedia su Ulisse tenuto da Levi ad un suo compagno detto Pikolo, con lo scopo di insegnargli l’italiano. L’occasione darà motivo all’autore per riflettere sulla situazione dei prigionieri del campo.

Recensione

Questa testimonianza va riletta ogni tanto, ogni volta che i diritti degli uomini vengono calpestati, ogni volta che un essere umano si vede negare la propria dignità, ogni volta che qualcuno sottomette e usa violenza nei confronti di un altro uomo.

La storia della non-vita dei non-uomini deve essere conosciuta da tutti, le regole che mandano avanti il campo devono essere divulgate da questo romanzo-saggio che serve a farci aprire gli occhi su una realtà sconosciuta, fortunatamente, ai più.

Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona «a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto». Nel Lager, dove l’uomo  è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da tutti.

[…] Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.

[…] anche noi siamo rotti, vinti: anche se abbiamo saputo adattarci, anche se abbiamo finalmente imparato a trovare il nostro cibo e a reggere alla fatica e al freddo, anche se ritorneremo.

Levi con il suo linguaggio preciso e quasi scientifico, legato alla sua professione di chimico, e al tempo stesso poetico nei ricordi e nella malinconia che prova mentre rievoca certi compagni di prigionia, ci accompagnano in questa lettura dolente ma necessaria, che ha lo scopo di perpetrare la memoria di ciò che è stato affinché non si ripeta mai più.

Evidentemente pochi lo hanno letto o non l’hanno compreso fino in fondo.

L’autore

Primo Levi, scrittore e testimone delle deportazioni naziste, nonchè sopravvissuto ai lager hitleriani, nasce il 31 luglio 1919 a Torino.

Di origini ebraiche, ha descritto in alcuni suoi libri le pratiche e le tradizioni tipiche del suo popolo e ha rievocato alcuni episodi che vedono al centro la sua famiglia.

Nel 1934 Primo Levi si iscive al Ginnasio – Liceo D’Azeglio di Torino. Si dimostra un eccellente studente, uno dei migliori, grazie alla sua mente lucida ed estremamente razionale. A questo si aggiunga una grande capacità immaginativa, tutte doti che gli permettono di brillare sia nella materie scientifiche che letterarie.

Dopo il Liceo si iscrive alla Facoltà di Scienze alla locale Università (dove stringerà amicizie che dureranno tutta la vita); si laurea con lode nel 1941.

Nel 1942, per ragioni di lavoro, è costretto a trasferirsi a Milano. Nel 1943 si rifugia sulle montagne sopra Aosta, unendosi ad altri partigiani, venendo però quasi subito catturato dalla milizia fascista. Un anno dopo si ritrova internato nel campo di concentramento di Fossoli e successivamente deportato ad Auschwitz.

Questa orribile esperienza è raccontata con dovizia di particolari, ma anche con un grandissimo senso di umanità e di altezza morale, nonché di piena dignità, nel romanzo-testimonianza, Se questo è un uomo , pubblicato nel 1947.

In un’intervista concessa poco dopo la pubblicazione (e spesso integrata al romanzo), Primo Levi afferma di essere disposto a perdonare i suoi aguzzini e di non provare rancore nei confronti dei nazisti. Ciò che gli importa, dice, è solo rendere una testimonianza diretta, allo scopo di fornire un contributo personale affinchè si eviti il ripetersi di tali e tanti orrori.

Viene liberato il 27 gennaio 1945 in occasione dell’arrivo dei Russi al campo di Buna-Monowitz, anche se il suo rimpatrio avverrà solo nell’ottobre successivo.

Nel 1963 Levi pubblica il suo secondo libro “La tregua”, cronache del ritorno a casa dopo la liberazione per il quale gli viene assegnato il premio Campiello. Altre opere da lui composte sono: una raccolta di racconti dal titolo “Storie naturali”, con il quale gli viene conferito il Premio Bagutta; una seconda raccolta di racconti, “Vizio di forma”, una nuova raccolta “Il sistema periodico”, con cui gli viene assegnato il Premio Prato per la Resistenza; una raccolta di poesie “L’osteria di Brema” e altri libri come “La chiave a stella”, “La ricerca delle radici”, “Antologia personale” e “Se non ora quando”, con il quale vince per la seconda volta il Premio Campiello.

Infine scrive nel 1986 un altro testo assai ispirato dall’emblematico titolo “I Sommersi e i Salvati”.

Primo Levi muore suicida l’11 aprile 1987, probabilmente lacerato dalle strazianti esperienze vissute e dal senso di colpa che è scaturito dall’essere sopravvissuto al lager.

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