Giovedì con i classici. Il fu Mattia Pascal

Luigi Pirandello

Edizioni scolastiche Mondadori

Pagine 322

Prezzo 2,400 lire

Oggi iniziò una muova rubrica settimanale, Giovedì con i classici, un angolo per riflettere sui libri che hanno lasciato un segno nella letteratura.

La mia prima scelta è Il fu Mattia Pascal di Pirandello, uno dei miei autori preferiti.

Trama

Mattia Pascal vive una vita di ristrettezze a Miragno, è un bibliotecario e trascina la sua esistenza costretto in una famiglia che lo soffoca.

Partito dopo l’ennesima lite con la moglie e la suocera, si ferma a Montecarlo dove vince una cifra considerevole. Tornando verso casa, viene a sapere che la moglie e la suocera lo hanno riconosciuto nel cadavere di un uomo ritrovato in un canale. Perciò decide di approfittare della situazione e di cambiare vita, stabilendosi a Roma e assumendo il nome di Adriano Meis.

Ma la vita non lascia scampo a chi cerca di vivere fuori dagli schemi ….

Recensione

Ho letto questo libro da piccola, durante le scuole medie, e l’ho “ereditato” da mia sorella che aveva terminato gli studi da un po’. Da allora non ho più abbandonato Pirandello, uno dei maestri indiscussi della letteratura italiana.

Nel romanzo troviamo molti dei temi tipici della poetica pirandelliana, come il doppio e il tentativo di uscire dalla forma che la vita ci impone ed è su questi due argomenti che voglio soffermare la mia attenzione.

Il doppio è una tematica ricorrente nel romanzo del primo Novecento, con alcuni precedenti illustri nei romanzi di fine ‘800, come Lo strano caso del Dottor Jekill di Stevenson e del signor Hyde e Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, un seguito tra le opere pirandelliane ovvero Uno, nessuno e centomila, e poi altri esempi notevoli come Il visconte dimezzato di Calvino.

La lotta tra il bene e il male è un argomento che ha stuzzicato la fantasia di molti scrittori fin dall’antichità, ma questa dualità nella letteratura contemporanea è ancora più inquietante: è una lotta che si combatte all’interno dello stesso individuo, che fatica a trovare la sua vera identità, che ha perso ogni punto di riferimento, dei valori in cui credere, dei modelli da seguire, degli ideali per cui combattere e vivere. Perso in questo caos angosciante, l’uomo finisce per alienarsi, per sentirsi estraneo a se stesso.

Questo succede anche a Mattia Pascal, che si vede cadere dal cielo un dono insperato, cioè quello di poter cambiare vita, lontano dalle miserie di Miragno. Si inventa un nuovo nome, si innamora, vorrebbe sposarsi ma non può, perché Adriano Meis non esiste, non ha un documento che ne attesti l’esistenza, è costretto a rientrare negli schemi e nelle regole imposte dalla vita. Adriano deve morire è così Mattia può tornare a vivere, ma sotto quale forma?

Ed e’ qui che entra in gioco l’altro concetto e una nuova contrapposizione, quella tra forma e vita. La prima per Pirandello e’ data da tutte le regole, le convenzioni, le “trappole” nelle quali siamo costretti a vivere se vogliamo essere accettati dai nostri simili. Così facendo però finiamo per mortificare la nostra vera personalità, anzi non sappiamo più quale sia, costretti ogni giorno a sostenere continuamente tanti ruoli diversi quante sono le persone con le quali interagiamo. Se volessimo strapparci di dosso la maschera, anzi le tante maschere che assumiamo, potremmo essere veramente noi stessi e assecondare la vita, che è un fluire ininterrotto e indistinto di sensazioni, emozioni, stati d’animo in continuo divenire, come fa il protagonista di Uno, nessuno e centomila.

Mattia ha cercato di vivere al di fuori della forma ma non c’è riuscito, e proprio quando ha provato a ritornare sulla dritta via, ecco che non ha più una maschera di indossare, perché quelle di padre, genero, marito e bibliotecario erano già state tutte prese da qualcun altro. Perciò non gli resta altro da fare che osservare la vita dal di fuori, come un “forestiere” che osserva qualcosa che non lo riguarda minimamente.

Una menzione a parte merita la lanterninosofia, una teoria espressa a Mattia dal proprietario della camera dove alloggiava a Roma come Adriano Meis, il signor Anselmo Paleari. Secondo quest’ultimo ogni essere umano si sente vivere, è consapevole di se stesso e questa consapevolezza è come un lanternino, una piccola luce che illumina solo una spazio molto circoscritto.

E questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto come un lanternino che ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti su la terra, e ci fa vedere il male  e il bene; un lanternino che proietta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe, se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi dobbiamo pur troppo credere vera, fintanto ch’esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine a un soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé dell’Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione?

La paura del buio ci atterrisce, allora ci affidiamo a delle luci più grandi che possano illuminare uno spazio maggiore attorno a noi, come la religione, la filosofia, la politica, ma anche queste lanterne sono poco affidabili perché cambiano nel tempo, si spengono, lasciando l’uomo nel buio più completo.

[…] Nell’improvviso bujo, allora è indescrivibile lo scompiglio delle singole lanternine: chi va di qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s’aggregano per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d’accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa: come le formiche che non trovino più la bocca del formicajo, otturata per ispasso da un bambino crudele.

Scritto nel 1904, questo libro a distanza di oltre un secolo ha ancora molto da insegnarci sulla nostra fragilità.

L’autore

Luigi Pirandello nasce a Girgenti (Agrigento) nel 1867, compie studi classici, si laurea a Bonn e diventa professore universitario. 
Nel 1894 sposa Antonietta Portulano con cui ebbe 3 figli. 
Nel 1903, un tracollo finanziario genera in famiglia una crisi profonda, non soltanto economica. La moglie, infatti, inizia a soffrire di disturbi psichici e verrà curata in casa per 15 anni prima di essere affidata ad una casa di cura.
Pirandello naturalmente soffrì per questa situazione, a tal punto da meditare il suicidio. Non lo fece, anzi, decise di “rinascere” affrontando la vita e accettando la realtà per quello che è: un flusso continuo, un cambiamento, una trasformazione inarrestabile che non può essere spiegata in maniera razionale ne’ comunicata con le parole. In linea con la sua rinascita e dopo essersi avvicinato a Freud e alla psicanalisi , Pirandello lascia l’università e si mette a girare l’Europa con una compagnia teatrale da lui fondata. 
Nel 1934 gli viene riconosciuto il premio Nobel per la letteratura.
Muore a Roma nel 1936. 

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