Recensione. Sempre mai più

Monica Ventra

GM Press

Pagine 149

Prezzo 15,00

Buongiorno amanti della lettura!

Oggi recensisco il libro di Monica Ventra in collaborazione con GM PRESS che mi ha gentilmente fornito il testo.

Trama

Una bibliotecaria napoletana incontra per un’intervista Gad, un maturo architetto svizzero che la affascina con il suo modo di fare elegante e un po’ ambiguo, fatto di molte frasi sospese e non dette.

L’incontro segna la protagonista che rimane affascinata anche dalla “figlia” di Gad, Pietra, e dal figlio che incontra per caso sul viaggio di ritorno a Napoli, e le da’ modo di riflettere sulla sua travagliata esperienza di figlia.

Recensione

La storia di per se’ è interessante, con la protagonista che si apre in modo inaspettato, anche a se stessa, a Gad e gli racconta della perdita del padre, della sua infanzia su una Dyane, dei battibecchi furiosi tra i genitori, l’incontro con Pietra che invidia quasi per il legame e la complicità che ha con l’architetto, o quello con il figlio.

L’unico problema è lo stile, fatto di un linguaggio cerebrale, troppo articolato, prolisso e ridondante, con un filo logico che è molto difficile da seguire, un intreccio che si segue con interesse ma fino ad un certo punto, perché ci si perde dietro le elucubrazioni della protagonista e non si riesce più a ritrovare il bandolo della matassa.

È un linguaggio ammaliante che fa perdere di vista il nocciolo della narrazione, una cascata di pensieri, riflessioni, sensazioni che si affastellano troppe e troppo complesse per poter essere gustate appieno.

Poi qua e là ci sono delle frasi veramente eccezionali, delle immagini di una bellezza straordinaria, ma è il quadro nel suo insieme che non si riesce ad avere chiaro.

L’amore, insomma, quella cosa che quando non si sa cos’è, non si sa ancora, lascia sentire in bocca la vibrazione di un crescendo, e quando non lo si sa più sta sulla punta della lingua, è un rrotacismo–così la scienza della lingua chiama un motorrre in corpo di parola che trrrivellando tralalallallero scalza ogni energia–che lascia appeso un qualche giunto nel tentativo di rimpiazzo e non permette più di oliare il meccanismo.

[…] Il libero pensiero è roba astratta solo in apparenza, ne sento il peso mentre si sposta da un lato all’altro della testa in cerca di una via di uscita, e il peso è un chiaro indizio dell’esistenza di un ingombro.

Potente è anche la descrizione dei castelli di Napoli e del Vesuvio.

Castel dell’Ovo, perché è il castello di sabbia e rabbia del nostro inverno di città di mare, schizzato, cupo a volte, quello su cui hai posato il primo sguardo tu dopo una notte nell’hotel Vesuvio.

[…] E Castelnuovo? chiedevi uscendo dall’hotel, tanto per rimestare fin sul nascere la ridda delle sensazioni. Nuovo per loro, nel Trecento–rispondevo–in casa Angiò, per noi Maschio Angioino, ormai invecchiato di almeno sette secoli, e per lo più inzeppato di manoscritti e archivi e uffici comunali!

[…] Castel Sant’Elmo: se lo fotografi da sotto in su, quasi toccandolo, ti mostra tutte le faccette, la varietà degli archi che danno ritmo alla sua voce, la pappagorgia che affonda nella barba di verde tenero della collina, le feritoie che partono dal collo, le sue espressioni da gigante buono. Sembra che canti visto in lontananza. Per sentirlo non devi mai distogliere lo sguardo.

[…] Il Vesuvio: verso il cratere appare il vecchio magma, la lava secca che risale al dopoguerra, assieme a piccoli teneri fili. Lungo le rughe, i solchi dei suoi fianchi, nella peluria verde muschio, la cui tonalità cambia con la stagione e l’altitudine, viene sorpresa e sempre più sorprende la ginestra: fa capolino giù verso la base e verso sud, sembra sparire all’improvviso e infine si distende fino alla costa di capo Palinuro.

Avrei preferito meno divagazioni e un po’ più di concretezza, meno giri di parole e una narrazione un po’ più fluida e meno ermetica.

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