Quella metà di noi

Paola Cereda

Giulio Perrone editore

Pagine 222

Prezzo 15,00

Nuova tappa della mia personale #roadtopremiostrega2019, anche se il libro non è arrivato tra i 5 finalisti.

Trama

Matilde Mezzalama è vedova, è una maestra in pensione che abita nel quartiere Barriera, a Torino, è una donna gravata da un segreto che decide di reinventarsi e di scegliere una professione che in genere viene svolta dalle donne provenienti dall’Europa dell’est: la badante. È così che si prende cura dell’ingegner Dutti, un ex dirigente della Fiat che ha avuto un ictus poco dopo il pensionamento ed entra nello strano ménage a trois tra lui, la moglie Laura e la collaboratrice domestica romena Dora. Ma la vita la pone davanti a delle scelte e la porta a delle consapevolezze con cui non è facile confrontarsi, come non le è facile portare avanti il rapporto con la figlia Emanuela.

È possibile conciliare le due metà della nostra vita, quella “pubblica” e quella segreta, intima e privatissima?

Recensione

Mi dispiace che questo libro non sia tra i 5 finalisti dello Strega.

La storia di Matilde è un po’ la storia di tutti noi: quanto siamo disposti a svelare di noi stessi agli altri? Quanto riusciamo a tenere gelosamente nascosti negli armadi i segreti, come uno scheletro di cui ci vergogniamo?

Ci sono segreti che esistono per il piacere di essere raccontati e altri che si trascinano appresso la vergogna. Matilde Mezzalama nella sua decorosa esistenza ne aveva collezionati diversi del primo tipo […] Di segreti di cui vergognarsi ne aveva uno soltanto che trattava al pari di una brutta malattia, invisibile allo sguardo degli altri eppure velenosa. Si vergognava ma non si sentiva in colpa, presa com’era dell’euforia da appropriazione indebita che fanno gli sbagli commessi di nascosto e con piacere.

Questo segreto che la tormenta fa capolino alla seconda facciata e viene svelato pian piano solo alla fine, quando il confronto con Emanuela la mette con le spalle al muro. Ma è una rivelazione che viene fatta al lettore, non certo alla figlia, con la quale Matilde ha un rapporto ai limiti della convivenza civile, poche visite, molti convenevoli, zero comunicazione. Le vorrebbe raccontare tutto ma non ne ha il coraggio, come a volte non si ha il coraggio di chiedersi certe cose, per esempio se siamo veramente felici o se ci stiamo solo accontentando della vita che viviamo.

La protagonista del libro è una donna che non ha rinunciato a vivere, anzi ogni giorno nuovo per lei può essere foriero di possibilità, di esperienze sconosciute e insolite e il suo impiego come badante le da’ modo di entrare in una nuova casa, di uscire dalla sua solitudine, di accudire un altro corpo e di sentirsi utile a qualcuno.

Ormai alla figlia Emanuela il suo aiuto non serve: lei se n’è andata a vivere in precollina, ha un marito dentista, ha due figlie grandi e va dalla madre solo a Natale per portarle un panettone artigianale fatto con il lievito madre. In realtà Emanuela ha bisogno di una grossa somma di denaro e la chiede proprio alla madre che non può aiutarla.

Tra le due non c’è empatia, c’è solo chiusura se non addirittura diffidenza: sono entrambe trincerate dietro i loro silenzi e i loro segreti. Come Manuela vuole apparire diversa da com’è in realtà, così anche la figlia avrebbe tanta voglia di mostrarsi veramente e di dire che la sua vita tanto perfetta, fatta di scatole giustapposte (laurea, carriera, matrimonio, figlie, casa in precollina) è incasinata, ma a questo si accenna solo fugacemente, mentre avrei preferito che venisse sviluppato un po’ di più.

Tutto il libro ruota attorno ai segreti e alla parte nascosta di noi stessi, a quella metà in ombra che non mostriamo mai, per pudore, per vergogna, perché non vogliamo essere giudicati, additati come diversi, strani, pazzi, folli, immorali. Ma ognuno porta in se’ un lato buio, popolato da mostri e fantasmi. Sarebbe così facile lasciarsi andare e buttar fuori tutto ciò che ci angustia e ci tormenta, perché comunque siamo tutti nella stessa barca, tutti perseguitati da incubi ricorrenti, da ansie che ci chiudono lo stomaco o che non ci fanno respirare.

I segreti sono? Spazi di intimità da preservare, nascondigli per azioni incoerenti, fughe, sguardi, libertà particolari, il trucco che nasconde l’evidenza, pozze in cui saltare a piedi scalzi, regali senza mittente, errori, vendette. Persone amate.

Chi non ha qualcosa da nascondere, ha almeno una verità da raccontare.

E la verità, a volte, è il più grande di tutti i segreti.

Lo stile asciutto e antiretorico della Cereda, la profondità delle sue riflessioni, i suoi sottintesi sottili avrebbero meritato una chance in più allo Strega, ma essere arrivato tra i 12 selezionati è stato comunque un traguardo importante.

L’autrice

Nata e cresciuta in Brianza, si è laureata in Psicologia a Torino con una tesi sull’umorismo ebraico. Si è specializzata in diritti umani e cooperazione internazionale, in particolare in progetti artistici e teatrali nel sociale.
Ha viaggiato e lavorato in molti paesi del mondo. Attualmente vive a Torino e collabora con ASAI, Associazione di Animazione Interculturale, dove si occupa di progetti artistici con minori italiani e stranieri. Cura la regia e la drammaturgia della compagnia teatrale integrata assaiASAI, nella quale recitano ragazzi di età, provenienze e abilità differenti.
Vincitrice di numerosi concorsi letterari, è stata finalista al Premio Calvino 2009 con il romanzo Della vita di Alfredo (Bellavite). Per Piemme ha pubblicato nel 2014 Se chiedi al vento di restare (Finalista al Premio Rieti) e Le tre notti dell’abbondanza nel 2015. Con Confessioni audaci di un ballerino di liscio (Baldini&Castoldi, 2017) è stata finalista al Premio Rapallo Carige e al Premio Asti d’Appello. Ha ricevuto la menzione speciale della Critica al Premio Vigevano 2017.

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