Il tunnel

Abraham B. Yehoshua

Einaudi editore

Pagine 334

Prezzo 20 €

La memoria che si sbriciola, i nomi che evaporano, la malattia che avanza.

-Non ti preoccupare, arriverà il momento. Sono qui, non vado da nessuna parte.

– Lo so che sei qui. La domanda è se mi ricorderò dove sono io.

Trama

Zvi Luria è un ingegnere in pensione della società israeliana Percorsi di Israele che dopo una risonanza scopre di avere un’atrpfia al cervello che gli causa un principio di demenza senile. La moglie Dina, primario del reparto Pediatria, gli starà accanto per valutare i cambiamenti e per cercare di mantenerlo attivo, come ha consigliato loro il medico. In particolare la moglie spinge Luria a lavorare come collaboratore non retribuito per un giovane ingegnere che sta progettando una strada militare, Assael Maimoni, figlio di un suo ex collega. Questa collaborazione lo riporterà ai vecchi tempi, in particolare gli darà modo di sfruttare di nuovo le sue competenze e la sua esperienza e lo trascinerà negli eterni scontri israelo-palestinesi.

Recensione

È il primo libro di Yehoshua che leggo e il suo stile pacato e meditativo mi ha incantato.

Il protagonista del romanzo è un uomo preciso, inflessibile, che non ha mai voluto sapere nulla della vita privata dei suoi collaboratori per non mescolare il lavoro con gli affetti. Quando la vita gli gioca però un brutto scherzo, facendogli perdere dei pezzi di memoria, in particolare i nomi, cambia atteggiamento ed è per questo che si interessa tanto alla vita del suo giovane “datore di lavoro” Maimoni. Assapora ogni viaggio fatto con lui nel deserto, nella parte sud di Israele, come se fosse l’ultimo della sua vita, si inebria dei paesaggi meravigliosi che scorge e si eccita a trovare difetti nel progetto del suo inusuale compagno di vita.

Si appassiona inoltre alle vicende di tre palestinesi, il padre, un vecchio maestro in pensione e i suoi due figli, che si rifugiano nella zona dove dovrebbe essere costruito il tunnel che Luria ha proposto come modifica del progetto di Maimoni. La ragazza in particolare, Hanadi, attira la sua attenzione, una giovane senza documenti che secondo lui è oggetto di attenzioni eccessive da parte di Maimoni e del suo ex comandante Shilobet.

Intanto la demenza progredisce e toglie pian piano dignità all’ex ingegnere, che prima deve tatuarsi il numero del codice per sbloccare l’auto per non dimenticarlo , poi perde il cellulare, infine gli viene tolta la patente. Ma proprio nei momenti più bui la sua mente sembra risorgere e dargli la spinta per portare a termine il progetto a cui sta lavorando e per accudire la moglie Dina, ricoverata per una grave infezione.

Dina è la sua roccia, il suo punto di riferimento, una donna dolce e premurosa, il suo grande amore che gli sta accanto e lo aiuta a tenere la mente vigile e attenta, che lo sprona a non fermarsi, a non arrendersi, che a volte usa parole un po’ forti con lui.

– Di’ parla, racconta. Non solo quello che so, ma anche quello che non so. Stai attento – si lascia sfuggire – non cominciare a fare il furbo. Io devo sapere tutto quello che ti succede prima che precipiti nel baratro. –

È lei che al neurologo che li aveva informati della malattia di Luria aveva parlato con entusiasmo dei tunnel progettati dal marito per dargli un po’ di dignità ed è sempre lei che pensa che il tunnel che progetta per Maimoni sia una specie di cura per mantenere la sua salute mentale, una sorta di “terapia occupazionale per un cervello in fase di declino”.

Il tunnel è un elemento fortemente simbolico: è un luogo buio e oscuro che può incutere timore, ma può essere anche un rifugio in cui trovare riparo e protezione. Per il protagonista è un segno che la sua mente non sta svanendo completamente, che è ancora capace di valutate i lati positivi e i difetti di un progetto, di individuarne le carenze e i punti di forza. È la sua bocca fine di riscatto, la sua rivincita sulla demenza che avanza inesorabile, che si porta via cellule del suo cervello giorno dopo giorno.

Luria ha anche paura del progredire della malattia, che per anni rende le persone fantasmi che hanno rinunciato al mondo, ma poi verso la fine delle loro vite sembrano risvegliarsi e all’avvicinarsi della morte lasciano cadere la maschera per far posto al dolore e alla sofferenza.

Una tematica molto delicata questa della demenza senile, malattia per descrivere la quale l’autore ha trovato parole e toni altrettanto delicati, senza infierire sul malato, quasi avendone compassione, rendendolo un uomo fragile che suscita in noi tenerezza e comprensione, usando immagini fortemente simboliche e parole quotidiane e semplici.

L’autore

Abraham B. Yehoshua è nato a Gerusalemme nel 1936 in una famiglia d’origine sefardita, vive ad Haifa nella cui università insegna Letteratura comparata e Letteratura ebraica. Suo padre era uno storico. Si è laureato in Letteratura ebraica e Filosofia e ha avuto incarichi come professore esterno nelle Università di Harvard, Chicago e Princeton. Nel 2003 gli viene conferito il Premio letterario internazionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa per La sposa liberata.

Ha vissuto a Parigi  per quattro anni, dal 1963 al 1967 e lì ha insegnato e  ha ricoperto anche l’incarico di Segretario Generale dell’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei. Inizialmente autore di racconti e opere teatrali, ha conosciuto il successo coi suoi romanzi ed attualmente è lo scrittore israeliano più noto. Cominciò a pubblicare le sue prime opere subito dopo aver concluso il servizio di leva militare, e venne poi consacrato a essere punta di diamante del Nuovo Movimento degli scrittori israeliani (in inglese Israeli New Wave). Le sue opere sono state tradotte in ventidue lingue. In Italia è stato scoperto dalla Casa editrice Giuntina per poi essere pubblicato da Einaudi .

Tra le sue opere ricordiamo, oltre a La sposa liberata, L’amante, Cinque stagioni, Fuoco amico, La scena perduta e La comparsa.

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