Cosa sognano i pesci rossi

Marco Venturino

Oscar Mondadori Bestsellers

Pagine 246

Prezzo 11,50 €

Cosa succede quando la nostra vita viene messa in stand-by? Quando in seguito ad un’operazione molto delicata siamo in terapia intensiva, attaccati alla vita sola da fili ed elettrodi?

Pierluigi Tunesi, quarantacinquenne di successo e amministratore delegato di una importante azienda, ha un tumore in metastasi avanzata. Si affida all’esperienza di un chirurgo famoso che lo opera ma poi viene messo in terapia intensiva quando l’operazione non riesce. Così Pierluigi diventa un pesce rosso, continua a sentire i suoi pensieri ma è come se vivesse in una boccia piena d’acqua, mentre attorno a lui si danno da fare medici e infermiere, in particolare il dottor Gaboardi, direttore del reparto di terapia intensiva e quarantacinquenne in crisi.

Il libro è narrato a due voci, da Pierluigi e dal dottore che lo assiste.

Mi chiamo Pierluigi Tunesi, ho quarantacinque anni e sono un dirigente d’azienda. Per la precisione sono stato dirigente di un’importante azienda multinazionale di apparecchiature elettroniche. O meglio ero Pierluigi Tunesi, avevo quantacinque anni ed ero un dirigente d’azienda. Adesso credo di essere il numero sette, almeno sento che così mi chiamano, dovrei avere sempre quarantacinque anni ma mi pare d’averne due o trecento, è l’unica cosa che dirigo, quando non piombo per disposizione altrui o infinita spossatezza nel più buio e fondo degli oblii, e’ il flusso dei miei  pensieri.

[…] Mi chiamo Luca Gaboardi, ho quarantacinque anni e faccio il medico. Non un medico qualsiasi, faccio l’intensivista, il rianimatore, che altro non è se non un modo sublimato per dire che faccio l’anestesista: perché se dici che fai l’anestesista sembri solo quello che fa dormire la gente, che non è granché da dire, mentre se dici che fai il rianimatore sei quello che salva le vite.

È un libro duro e dolente sulla fine della vita, sulla coscienza che resta viva anche se il corpo non risponde. Dove vanno a finire i nostri pensieri? Chi li raccoglie, come ci si sente quando abbiamo solo il silenzio intorno e non riusciamo a comunicare con chi ci circonda? E come ci si sente dall’altra  parte a  cercare di alleviare le sofferenze di un malato per il quale non c’è più speranza? E chi dice quando è arrivato il momento di staccare la spina ad una vita che è difficile continuare a definire ancora tale?

Nessuno può giudicare in una situazione simile, non possiamo assurgere a ruolo di arbitro  del destino altrui e decidere del suo futuro, solo il singolo individuo può farlo e anche in quel caso la medicina non può venire meno al suo dovere di salvare delle vite umane . È un dilemma etico che spacca la società civile e che riguarda ognuno di noi perché non si può mai sapere cosa ci riserva la vita.

” … Ma come è successo?” Il reale significato di questa domanda però è proprio quel ” perché è successo?”, la cui risposta non è certo di pertinenza medica, ma, proprio per la sua semplicità, è assolutamente impertinente per il genere umano. Quel “perché” significa “ma perché è morto lui  e non un altro?”, “perché è successo proprio ora?”, “perché è dovuto accadere?”, perché? Perché? Perché?

Il paziente non perde mai la speranza di un miglioramento, di poter uscire da quella boccia nella quale si trova costretto,  mentre il dottore è più disilluso e si trascina giorno dopo giorno alle prese con paziente e con i parenti, con cui fingere di avere qualcosa da dire o peggio ancora, deve fingere di interessarsi, perché la simulazione e’ la grande arte del medico dedito alle cure intensive. Inoltre secondo lui quello che stanno dando al paziente non è vita, ma capisce perfettamente che non è facile gestire tutte quelle sensazioni inconsce che il paziente riversa addosso al dottore, per cui si continua ad assisterlo anche se in realtà per lui non c’è più niente da fare.

Pierluigi riflette sullo scorrere del tempo: finché si dibatteva tra mille impegni, riunioni e appuntamenti gli orologi per lui non avevano senso, ogni secondo che passava era identico al precedente e al successivo, e lo stesso valeva per i minuti, le ore. Nel suo nuovo stato invece si è accorto che ha di nuovo preso la vita per la gola e non vuole farsela scappare. Anche il dottor Gaboardi riflette sullo stesso argomento ma arrivando a conclusioni diverse: innanzitutto dove lavora c’è solo luce artificiale e quindi non si capisce com’è il tempo fuori e poi le giornate si trascinano monotone, ripetitive.

E la morte?  Gaboardi dice che

la morte improvvisa spiazza. E non è una questione di dolore. Ci sono morti annunciate, morti dopo estenuanti malattie, morti per consunzione, morti come epilogo di esistenze sofferte e trascinate, che portano con se’ quantità di dolore incommensurabili. La morte come liberazione, laddove questa interrompa un rapporto di amore, probabilmente non esiste. L’interruzione di un rapporto di amore non può che essere dolore. Dolore e basta. Ma la morte improvvisa ha qualcosa di particolare. La morte improvvisa porta con se l’incredulità. E l’incredulità offende.

Tunesi afferma che

[…] la morte è come un cane randagio che ci annusa da vicin. Noi cediamo di poterla sentire, di poterla scacciare con un bastone quando arriva, di poterle mettere la museruola chiamando l’accalappiacani. Ma non possiamo fare niete! Lei ci annusa e poi, quando lo decide, ci da’ il morso.

Vetturini racconta con pacatezza e realismo una situazione molto delicata e controversa, con un linguaggio semplice e uno stile sereno e distaccato, un po’ come dovrebbe essere l’atteggiamento degli esseri umani di fronte alla morte.

Marco Venturino è direttore di divisione di anestesia e terapia intensiva all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e questo è stato il suo romanzo d’esordio.

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