Storia della mia ansia

Daria Bignardi

Mondadori editore

Pagine 186

Prezzo 19,00 €, eBook 5,99 €

La Bignardi ci offre un romanzo meraviglioso su uno dei mali più diffusi nella nostra società frenetica e ipercinetica, l’ansia.

La protagonista Lea ha vissuto un’infanzia difficile a causa della madre che soffriva di questo disturbo, era ossessionata da tutto e ha finito per ossessionate anche lei e per trasmetterle questo malessere. È per questo motivo che la donna è tormentata in continuazione da mille dubbi e mille paure ogni volta che le succede qualcosa che non corrisponde alle sue aspettative, che non va come dovrebbe. In realtà nella sua vita non ci sono grandi tragedie, ha tre figli, un lavoro che la soddisfa e un marito che ama, Shlomo, ma con il quale è molto difficile comunicare.

Lea si ammala e per la prima volta capisce che deve mettere se stessa al primo posto, senza dover pensare prima di tutto si suoi figli o al marito.

Lea è un personaggio molto complicato, un’artista, una che fa le cose di getto, a volte in modo istintuale, senza rifletterci troppo, che vive ad un ritmo sostenuto proprio perché è l’ansia che la spinge ad andare avanti, a fare tutto e a farlo nel miglior modo possibile.

“Sei senza pelle” mi ha detto una volta Shlomo, disgustato. Sono emotiva, impulsiva, secondo lui irrazionale. Ma senza pelle le emozioni si sentono di più e la mia ansia era la benzina per tutto: scrivere e vivere.

Lea è una lottatrice nata, una che ha dovuto combattere sempre, per scacciare l’ansia, per affermarsi nel lavoro, per il suo matrimonio, e quando scopre di dover combattere per la sua sopravvivenza contro una malattia terribile si sente stanca, sfinita ancor prima di iniziare a lottare, come se già avesse esaurito tutte le energie.

Sono meno me stessa ora che sono calva, con un seno di silicone e un braccio difettoso? Anche se ogni tanto il malessere mi tiene prigioniera, dopo la prima infusione non mi è più successo di non sentirmi io. Il dolore estremo tiene in ostaggio la tua identità, ma quel che si può sopportare si sopporta e quasi si dimentica. Ciò che spero di non dimenticare mai è che esiste un mondo parallelo di malati che vive accanto a quello dei sani. Non ci sono differenze tra sani e malati, tranne una: i malati hanno più voglia di vivere

Certo Shlomo non sembra essere di grande aiuto a Lea, ma in fondo non è stato mai molto comunicativo, nemmeno prima della malattia, anzi sempre un po’ freddo, critico nei suoi confronti e per niente empatico.

Shlomo sostiene che innamorarci sia stata una disgrazia. La prima volta che l’ha detto mi ha ferita, poi ho capito che aveva ragione: insieme siamo infelici.

Credo di soffrire più di lui per quest’amore disgraziato, ma chi lo sa cosa provano veramente gli altri, cosa pensa persino tuo marito.

Shlomo non parla delle sue sofferenze: pensa che farlo si indecente, o ha imparato a fingere che non esistano. È il suo modo per difendersi da loro e da me.

Tra loro si è comunque venuto a creare una sorta di compromesso, un’accettazione reciproca dei difetti del compagno che è ciò che fa reggere in piedi un matrimonio ancora dopo tanti anni e tante vicissitudini.

Non è facile trovare la forza di essere se stessi, di non annullarsi o sacrificarsi per compiacere gli altri, mariti, figli, amici ed è proprio questo il tentativo che cerca di mettere coraggiosamente in atto Lea.

Un libro lucido e a tratti impietoso, che mette a nudo le nostre debolezze e i nostri limiti, le nostre difficoltà nel comunicare veramente con chi ci sta accanto e che non si nasconde dietro ipocrisie o falsi moralismi, ma che guarda in faccia la realtà in modo diretto e sincero.

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